È giunta l'ora di liberarsi dalla eredità invalidante di Pier Paolo Pasolini. incarna

Categoria: Cultura

il diffuso sentimento antimoderno che popola l’immaginario culturale degli italiani fin dall’Unità. Una visione da superare

Nicola Rossi 13 dic 2025 ilfoglio.it llettura3’

Lo scrittore incarna meglio di chiunque altro il diffuso sentimento antimoderno che popola l’immaginario culturale degli italiani fin dall’Unità. Una visione da superare

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Si sono esercitati in tanti recentemente su Pier Paolo Pasolini e sulla sua collocazione. In tanti e da molti punti di vista. Spesso e volentieri per reclamarne la vicinanza o per rivendicarne l’eredità culturale. O, ancora, per cercare di sottrarla a chi non nutriva dubbi tanto sulla realtà della prima quanto sulla proprietà della seconda. Chi scrive non ha titoli per partecipare al dibattito ma, da economista, non può non coltivare la sensazione che alla fine una parte largamente maggioritaria degli italiani faccia propria, in modi e termini diversi, la lettura del mondo di Pier Paolo Pasolini tanto, appunto, da ambire a collocarlo comunque nel proprio Pantheon immaginario. E non ci sarebbe da stupirsene. Pier Paolo Pasolini, infatti, incarna meglio di chiunque altro, forse, il diffuso sentimento antimoderno che popola l’immaginario culturale degli italiani fin dall’Unità (se non dapprima). Giuseppe Lupo (La modernità malintesa, Marsilio) e, più recentemente, Stefano Adamo (Neanche se “creatrice”. La diffidenza verso il dinamismo economico nel cinema e nella letteratura in Italia) hanno scritto pagine illuminanti al proposito. Nelle parole del secondo “la dicotomia pasoliniana tra ‘sviluppo’ e ‘progresso’ non nasce nel vuoto, ma rappresenta la sistematizzazione teorica di un atteggiamento culturale che attraversa la letteratura italiana fin dalle sue origini contemporanee [e] rivela come la diffidenza verso il dinamismo economico si sia sedimentata attraverso archetipi narrativi ricorrenti, che hanno plasmato l’immaginario collettivo molto prima che tale diffidenza trovasse una sua teorizzazione esplicita”.

Il tema è tutt’altro che ozioso. Esauritasi o in via di esaurimento la fiammata legata alle misure espansive adottate a ridosso della pandemia, siamo tornati a crescere a ritmi vicini a quelli – indubbiamente deludenti – dell’ultimo trentennio. Ritmi, oggi, non solo deludenti ma soprattutto insufficienti a sostenere il nostro debito pubblico se non associati ad avanzi primari significativi e non necessariamente sostenibili indefinitamente. Ritmi di crescita che sono la diretta conseguenza della nostra diffidenza verso l’imprenditorialità e i meccanismi di mercato. Dell’atteggiamento cauto e circospetto degli italiani verso le libertà economiche. Un atteggiamento confortato, anzi rafforzato, dall’atteggiamento complementare delle classi dirigenti italiane e dalla loro quotidiana tendenza a sostituirsi ad essi condizionando, limitando o comunque controllando, di conseguenza, il funzionamento dei mercati. Un atteggiamento che conosce una cesura, tanto netta quanto temporanea, negli anni del “miracolo” economico. Anni in cui – sono parole di Giuseppe Lupo – la “famiglia media italiana inseguiva legittimamente il sogno di cambiare vita [ma] gli intellettuali continuavano a rimanere chiusi in un’anomala torre d’avorio che altro non era se non una latente e paradossale antimodernità”. Quegli intellettuali – di cui Pier Paolo Pasolini fu esponente di spicco – vollero esprimere il dissenso e anzi l’avversione verso un processo di sviluppo che aveva dato agli italiani il benessere e così facendo posero le basi culturali per i successivi difficili decenni e per le attuali ancora faticose prospettive economiche del paese.

E’ francamente difficile se non impossibile stabilire una egemonia culturale – come l’attuale maggioranza sembrerebbe voler fare – mutuando gli argomenti di chi quella egemonia culturale ha saputo costruire e detiene, esattamente su quelle basi. E’ poi, forse, ancora più difficile sopravvivere al combinato disposto di una finanza pubblica prudente e rigorosa e di un dinamismo economico stentato. Superare quest’ultimo ostacolo e restituire al paese una prospettiva di crescita passa per un cambiamento della sua costituzione materiale. E’ una operazione schiettamente culturale. Prendere le distanze e, anzi, liberarsi definitivamente dalla eredità invalidante di Pier Paolo Pasolini è la premessa necessaria e urgente di questo cambiamento.