GERMANIA “KAPUT”/ Da dove viene e chi colpirà la grande crisi dell’ex locomotiva d’Europa

Categoria: Economia

L'economia tedesca vive un momento molto complicato, dovuto anche alla difficoltà che ha la politica in Germania

Stefano Cingolani  21.12. 2025 ilsussidiario.it lettura4'

Peter Leibinger, Presidente della Confindustria tedesca ha detto che il suo Paese sta vivendo la più grave crisi dal 1949. Wolfgang Münchau, che è stato capo della edizione tedesca del Financial Times, un anno fa ha pubblicato un libro dedicato alla sfaldarsi del modello tedesco, il titolo è eloquente: “Kaput” (con una t come viene scritto perlopiù in lingua inglese). Era stato Olaf Scholz l’ultimo Primo ministro socialdemocratico a parlare apertamente di crisi sistemica evocando una Zeitenwende, una svolta epocale.

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L’enfasi insomma non manca per descrivere le difficoltà del gigante economico europeo che stenta ancora a uscire dalla sua condizione di “nano politico”.

Il 2026 si presenta come il quarto anno consecutivo di crescita zero o negativa, una stagnazione che sta diventando strutturale. Una zavorra per l’intera Europa, ancor più per l’Italia legata più di altri alla Germania sia per l’esportazione di beni, sia per le filiere produttive. Solo una ripresa tedesca potrà portare il Pil italiano fuori dalla trappola dello zero virgola. Ma non c’è da farse molte illusioni.

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La Bundesbank ha pubblicato la settimana scorsa le sue previsioni e ha abbassato di un decimale di punto le stime del prodotto lordo, dunque c’è da attendersi appena un +0,6% che dovrebbe salire all’1,3% nel 2027 (per quel che valgono queste previsioni in un mondo così pericolosamente instabile).

Dal 2019 sono stati bruciati 250 mila posti di lavoro e questo, più l’inflazione post-Covid, ha aggravato, se non esasperato la tensione sociale. La produzione industriale resta la più grande d’Europa, ma ha perso il 12% dal 2019 al 2024, insomma non ha recuperato i livelli pre-pandemia.

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Weidel e Merz, Germania

Alice Weidel, leader AfD al Bundestag davanti al Cancelliere Merz (ANSA-EPA 2025)

Si spera che l’enorme spesa per la difesa e le infrastrutture, circa mille miliardi di euro, decisa del Governo Merz dia una spinta, ma certo non sarà per l’anno prossimo e a quanto pare nemmeno per quello successivo. Il piano si chiama Agenda 2030, quella scadenza sembra troppo lontana, chi potrà sapere cosa accadrà nei prossimi mesi, non anni?

Nel frattempo, si profilano due rischi che possono, entrambi, provocare una svolta restrittiva: il primo è che inflazione rialzi la testa sotto la pressione degli aumenti salariali anche se oggi è attorno al 2,3% annuo; il secondo è l’aumento del disavanzo pubblico che potrebbe addirittura raddoppiare arrivando al 4,8% nel 2028.

C’è da sperare che il Cancelliere Merz tenga i nervi saldi anche se sale la pressione dell’estrema destra di AfD e la coalizione non sembra molto solida. L’opposizione da un lato chiede di spendere e dall’altro evoca il ritorno all’austerità (tutto fa brodo per mettere in difficoltà il Governo), ma la crisi dei settori industriali a più alta manodopera, come l’automotive, costringerà ad aumentare gli ammortizzatori sociali.

Intendiamoci, la Germania resta la maggiore economia europea e ha imprese leader, si pensi a Sap che è la numero uno nel digitale in Europa con una capitalizzazione di 254 miliardi di euro o Airbus con 150 miliardi, mentre la nuova corsa al riarmo ha portato ai vertici le imprese della difesa come Rheinmetall che vale in borsa oltre 70 miliardi (Leonardo non raggiunge i 27 miliardi), ma possiamo fare altri nomi dalla Siemens alla Bayer in settori di punta come il digitale o la farmaceutica.

Tutti giganti di una potenza stanca che stenta a trasformare il modello degli ultimi vent’anni: energia a buon mercato dalla Russia, esportazioni e investimenti in Cina, un vantaggio competitivo in Europa grazie al bilancio pubblico in attivo e di conseguenza un basso debito, il che consentiva di non aumentare le tasse e, quindi, sostenere anche la domanda interna.

L’analisi di Münchau va oltre quelli che restano campioni nazionali o europei, parla di altri campioni ormai in disarmo come le banche, vanto della solidità tedesca e ora possibili fattori di debolezza. La stessa vicenda della Commerzbank lo dimostra: salvata dal Governo nel 2008 ha impiegato una decina di anni prima di risanare i conti, poi è arrivata la pandemia, il Governo si è reso conto di non poterla gestire e l’ha messa in vendita, adesso sotto la pressione nazional-populista non vuole che venga comprata da Unicredit che ha già una forte presenza in Germania, ma anche in Austria e nella Mitteleuropa. C’è una logica in questa miopia tutta politica?

Uno sguardo più da vicino alla società tedesca ci mostra un divario con l’est dove tra l’altro si è affermata l’AfD: oltre tre decenni dopo l’unificazione e nonostante aiuti pubblici pari a duemila miliardi di euro, il Pil pro capite all’ovest è ancora superiore del 30%. Un divario oggi peggiore rispetto a quello tra nord e sud in Italia.

Molte delle recriminazioni verso le politiche tedesche hanno, dunque, un fondamento. Non quella che la Germania sia cresciuta a scapito nostro. Quel modello che sembrava tanto superiore rispetto ai vicini europei non ha impedito di perdere terreno sul piano internazionale. Alla svolta del nuovo secolo la Germania aveva l’8% del Pil mondiale, già nel 2020 la quota si era quasi dimezzata (era scesa al 4,3%) a favore della Cina, ma anche dell’India. In Europa era poco oltre il 30% si è attestata attorno al 24%.

La critica di fondo, dunque, non deve riguardare la forza tedesca, ma la sua debolezza politica che le impedisce di fare non solo da locomotiva della crescita, ma di esercitare più in generale un ruolo trainante in una Europa che, rimasta orfana degli Stati Uniti, deve rimboccarsi le maniche per difendersi, per competere, per non restare schiacciata dalla logica delle potenze più grandi e aggressive.