Dollaro, ma Trump vuole una valuta Usa debole o forte?

Categoria: Economia

I riflettori della Bce sulla sua discesa. Ecco cosa può succedere

31 Gennaio 2026, 6:26 | di Gabriella Bruschi firstonline.it lettura5’

Il dollaro sta languendo vicino ai minimi degli ultimi quattro anni e la sua rinnovata debolezza sta attirando l’attenzione delle banche centrali, degli investitori e persino della Casa Bianca

Sebbene ieri il dollaro abbia leggermente recuperato terreno, si sta avviando a segnare il suo peggior inizio d’anno dal 2018, e la prossima settimana porterà con sé una serie di fattori catalizzatori che potrebbero scuotere ulteriormente le cose, mentre è attesa la riunione della Bce che sta guardando con attenzione il livello dell’euro a 1,20 dollari. È la valuta degli Stati Uniti, ma non c’è dubbio: è un problema di tutti gli altri.

Lo svivolone del dollaro: ma Trump lo vuole debole o forte?

Il dollaro sta languendo vicino ai minimi degli ultimi quattro anni e la sua rinnovata debolezza sta attirando l’attenzione delle banche centrali, degli investitori e persino della Casa Bianca. Proprio Trump questa settimana ha incrementato il calo del biglietto verde dicendo che il valore del dollaro era “ottimo” quando gli è stato chiesto se la valuta fosse scesa troppo. Poche ore dopo il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha raddrizzato il tiro affermato che gli Stati Uniti sono per un “dollaro forte“. Poi è arrivata la notizia che Trump voglia a presiedere la Federal Reserve Trump l’ex governatore della Fed Kevin Warsh, consideratoil più “falco” tra i candidati della rosa preferita da Trump, il che farebbe sbiadire la possibilità di altri tagli dei tassi offrendo una sponda al dollaro.

Ma gli analisti ricordano perfettamente che l’amministrazione Trump desidera una riduzione dell’apprezzamento reale del dollaro di quasi il 50% registrato nel decennio precedente il suo ritorno al potere, nell’ambito di una spinta aridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti. Inevitabilmente, l’attenzione è tornata sui documenti pre-elettorali del consigliere di Trump, ora governatore della Federal Reserve, Stephen Miran, che sollevavano la prospettiva di un cosiddetto “Accordo di Mar-a-Lago”: uno sforzo su più fronti per svalutare il dollaro, che riecheggia l’Accordo di Plaza del 1985, quando le potenze del G5 si coordinarono per vendere dollari e smorzare l’ondata di inflazione dell’era Reagan.

Gli investitori restano sul chivalà, visto che almeno dallo scorso aprile, da quel “Liberation Day” di Trump sui dazi, si sono allontanati da alcuni asset Usa, nella cosiddetta operazione “Sell America”, anche perché le tensioni tra Trump e Cuba, Iran, Venezuela, Groenlandia ed Europa hanno minato la fiducia di alcuni investitori nelle attività statunitensi.

A questo punto l’entità e la rapidità di eventuali ulteriori cali potrebbero accentuare quel movimento di disaffezione e potrebbero anche costringere diverse banche centrali, dall‘area dell’euro a quella asiatica, ad agire per impedire un brusco rialzo delle loro valute nazionali, che potrebbe soffocare la crescita.

 

Bce all’erta, ma potrebbe preoccuparsi davvero se l’euro superasse 1,25 dollari

Il movimento al ribasso della valuta Usa ha portato necessariamente a un aumento della quotazione dell‘euro, facendo suonare di nuovo campanelli d’allarme presso la Banca centrale europea e l‘industria esportatrice europea, ma ha anche lusingato i portafogli di investimento basati sull’euro e attirato capitali esteri e nazionali. L’euro ha visto un rialzo del 3% solo nelle ultime due settimane, superando quota 1,20 dollari, il livello più alto dal 2021, sebbene oggi sia ridisceso sotto quella soglia, considerata però cruciale.

La Bce si riunirà giovedì prossimo e gli investitori saranno attenti a qualsiasi indicazione su come un euro più forte potrebbe influire sui tassi. È chiaro che i responsabili politici di Francoforte non sono soddisfatti: la Bce ha l’obbiettivo per l’inflazione per la zona euro attorno al 2% e già ora prevedono che scenderà al di sotto di tale livello quest’anno e il prossimo. Ma il timore è che un ulteriore apprezzamento dell’euro possa far scendere ulteriormente l’inflazione.

Per ora, si prevede che la Bce manterrà la posizione e gli operatori ritengono che un altro taglio dei tassi sia solo leggermente più probabile entro l’estate. Gli economisti prevedono che Christine Lagarde continuerà a seguire per ora il suo mantra di un approccio alla politica monetaria basato sui dati senza impegnarsi su un determinato percorso in termini di tassi.

Superare quota 1,20 dollari, secondo gli analisti, non è un grosso problema per la Bce, che è più interessata alla velocità e all’entità dei movimenti piuttosto che ai livelli assoluti. Il livello dell’euro ponderato per gli scambi è aumentato molto meno, poiché la mossa è stata guidata dal calo del dollaro e non da un generale aumento dell’euro. Ross Hutchison, responsabile della strategia di mercato della zona euro presso Zurich Insurance Group, ha sottolienato che ci vorrebbero movimenti più rapidi, superiori a 1,25 dollari, per indurre un significativo ribasso delle previsioni di inflazione della Bce.

Nel giro di poche ore dall’impennata dell’euro a 1,20 dollari martedì, i funzionari della Bce, che da mesi avevano segnalato di essere soddisfatti dell’attuale livello sostanzialmente neutrale dei tassi di interesse, hanno ricominciato a lamentarsi della necessità di contrastare qualsiasi forza “eccessiva” dell’euro.

Un ritorno al percorso di allentamento dei tassi di interesse, o anche solo la minaccia, sarebbe la prima arma a disposizione della banca centrale. Il presidente della Banca centrale austriaca, Martin Kocher, ha parlato questa settimana di una possibile reazione nel caso in cui l’euro dovesse apprezzarsi “sempre di più”, mentre il presidente della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha detto che la Bce sta “monitorando attentamente l’apprezzamento dell’euro”.

I cenni e gli ammiccamenti sono stati sufficienti ai mercati monetari dell’euro per valutare brevemente una probabilità del 25% di un altro taglio da parte della Bce entro la metà dell’anno, che ha riportato l’euro/dollaro sotto 1,20 dollari.

Il fronte Giapponese

Dall’altra parte del globo anche lo yen preoccupa gli investitori. La settimana scorsa la valuta nipponica è scesa al minimo di 18 mesi in area 159 sul dollaro, mentre crescevano le preoccupazioni per le finanze del Giappone in vista delle elezioni anticipate, in cui il primo ministro Sanae Takaichi sta conducendo una campagna elettorale basata su tagli fiscali. Il brusco movimento ha fatto temere un intervento diretto da parte delle autorità valutarie sul mercato: alcune fonti hanno riferito a Reuters che la Federal Reserve di New York ha contattato i trader per verificare i tassi, il chè spesso è stato un segnale di un imminente intervento vero e proprio sul mercato valutario. Lo yen ha poi recuperato repentinamente e poderosamente terreno, ma continua ad essere un osservato speciale da parte delle autorità.

Le ripercussioni sugli altri mercati, dalla sterlina allo won. L’attenzione per la Banca centrale Svizzera

Il crollo del dollaro ha provocato oscillazioni contrarie anche in altre valute nel mondo. La sterlina è salita ai livelli più alti dal 2021, mentre il franco svizzero ha raggiunto il massimo dal 2015. Se un intervento sui tassi da parte della Bce appare improbabile, per la banca centrale svizzera è diverso e la fuga dal dollaro sta spingendo il franco al rialzo anche nei confronti dell’euro. L’intervento della Bns può essere problematico per i mercati, dicono gli analisti, poiché di solito vende franchi per euro, per poi distribuire parte di quegli euro tra dollari, sterline e via dicendo, causando correnti incrociate in una serie di valute.

 In Asia, il won sudcoreano e il ringgit malese hanno guidato i guadagni contro la valuta statunitense. La debolezza del dollaro ha aiutato l‘oro nella sua corsa forsennata, arrivando quasi al livello di 5.600 dollari.