(a rischio dumping): il déjà vu di Zelensky e l’ostilità dei Paesi alleati
Antonio Picasso 18 Agosto 2026 alle 11:50 ilrifrmista.it lettura3’
Sono stati oltre 1.700 i droni ucraini che hanno attraversato i cieli russi, nell’ultima settimana, diretti su Mosca. Le autorità russe hanno detto che la maggior parte è stata abbattuta. Mentre 123 di questi hanno centrato gli obiettivi. Tra questi uno simbolico e l’altro strategico. Per colpa della “pioggia ucraina”, lo Spasskaya Bashnia, il festival internazionale delle orchestre militari, che si tiene ogni agosto sulla Piazza Rossa, è stato cancellato. Il silenzio del Cremlino suggerisce il suo smacco all’idea che la capitale sia esposta a un livello di insicurezza che non si vedeva dai tempi dell’Operazione Barbarossa.
Ben più preoccupanti, per gli approvvigionamenti bellici, sono le immagini che arrivano da Podolsk, a Sud di Mosca, dov’è stato colpito il più grande hub logistico di Wildberries, il gigante russo dell’e-commerce. Per Kyiv non si tratta soltanto di depositi di vestiti e prodotti di consumo. La rete Wildberries sarebbe utilizzata anche per immagazzinare e distribuire beni dual-use e materiale destinato alle truppe russe.
D’altra parte, anche il porto di Odessa continua a essere sulla linea di tiro. E con esso le navi in rada. L’ultima colpita è stata un‘imbarcazione battente bandiera del Togo. L’export ucraino, specie quello del grano, è quindi sotto stress. Nei primi giorni di agosto, sono state solo 463mila le tonnellate del cereale che ha preso il mare. Circa un terzo della norma. Le previsioni indicano un calo ulteriore. A questo si aggiunge, la riluttanza di Polonia, Ungheria e Slovacchia ad accettare che i prodotti ucraini transitino via terra. Varsavia in particolare si sta stancando di fare da spugna ai problemi di Kyiv. Una cosa è condividere il nemico (Mosca), un’altra è accettare sempre più profughi ucraini e prodotti d’importazione troppo competitivi rispetto a quelli domestici. Per questo ha dato l’ok al transito di grano ucraino, ma non alla sua immissione sul mercato nazionale. Con i prezzi interni ucraini scesi sotto i costi di produzione, gli agricoltori hanno fretta di svuotare i magazzini. Si temono conseguenze anche sulla semina del 2027. La filiera è a rischio dumping.
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L’Ucraina vive un déjà vu. A primavera 2022, le filiere di grano, girasole e acciaio erano state messe in discussione subito con l’apertura delle ostilità. Ne era conseguito un domino di speculazioni finanziarie che aveva coinvolto molte altre commodity, tra cui alcune che nulla avevano a che fare con il conflitto. Poi il panico era rientrato. Oggi non è detto che accada lo stesso. Il quadro politico ed economico internazionale è diverso anni luce. Visto che siamo ancora in pausa agostana, è difficile prevedere le reazioni degli operatori. C’è già Hormuz a dare problemi. Per cautelarsi, il ministero ucraino dell’Agricoltura ha chiesto alla Commissione Ue 220 milioni di euro a fondo perduto destinati a sovvenzionare gli interessi sui prestiti delle piccole e medie aziende agricole vittime della crisi. Bruxelles non si è ancora espressa. Prima vuole valutare la dimensione effettiva del raccolto, la capacità di stoccaggio disponibile e le possibilità concrete di esportazione. Va detto che il trasporto terrestre costa 50-70 dollari in più a tonnellata e il percorso attraverso la Romania è limitato dal basso livello del Danubio.
Allo stesso tempo, la numero 1 della diplomazia Ue, Kaja Kallas, ha anticipato al quotidiano tedesco Die Welt il 22esimo pacchetto di sanzioni anti-Russia. «Da febbraio 2022, le misure hanno privato alla macchina bellica russa di oltre 1.000 miliardi di euro», ha detto Kallas. È già qualcosa per Kyiv.
Antonio Picasso