Jan Palach, un giovane studente di filosofia, sostenitore della stagione riformista chiamata Primavera di Praga, diretta dal leader euro-comunista Dubcek, soffocata nel sangue il 20 agosto 1968 dai carri armati dei paesi del Patto di Varsavia
di Domenico Cacopardo ItaliaOggi 9.2.2017
Quarant'anni fa, il 10 febbraio 1977, dopo l'annuncio ufficiale della visita a Parigi (presidente Valéry Giscard d'Estaing) di Leonid Breznev, il capo del Pcus sovietico, un giovane militante di destra, coniugato con un'attivista anticomunista fuggita dalla Germania dell'Est, Alain Escoffier, compì una protesta clamorosa contro il comunismo. Scelse quel giorno, perché era l'anniversario del Trattato di Parigi, conclusivo della seconda Guerra mondiale (oggi Giorno della Memoria per le vittime dell'Esodo e delle Foibe), per cospargersi di benzina e darsi fuoco negli Champs Elysees, di fronte alla sede dell'Aeroflot, la compagnia di bandiera sovietica. Il suo ultimo grido, strozzato dalle fiamme fu «Communistes assassins».
Seguiva l'esempio di Jan Palach, un giovane studente di filosofia, sostenitore della stagione riformista chiamata Primavera di Praga, diretta dal leader euro-comunista Dubcek, soffocata nel sangue il 20 agosto 1968 dai carri armati dei paesi del Patto di Varsavia. Nel pomeriggio del 19 gennaio 1969, il giovane si recò nella piazza San Venceslao, si fermò di fronte al Museo nazionale, si cosparse di benzina e si dette fuoco. Ai suoi funerali, parteciparono oltre 600 mila persone.
Andai a Praga nel 1971, inserendomi in un viaggio organizzato da parte di una delle tante agenzie del Pci. Portavo una lettera della direzione del Psi per Dubcek (in quel momento manovale in un'azienda forestale). In albergo, dono dei russi, fui contattato, tra mille cautele, da una signora alla quale consegnai la missiva in una panetteria delle vicinanze, nascondendola in una busta di «krapfen». Le chiesi della tomba di Palach: mi indicò il cimitero in cui era sepolto e mi mise sull'avviso: c'era tanta polizia che fermava i visitatori o li filmava.
Convinsi qualche altro italiano ad accompagnarmi e, così, il giorno stesso, entrammo nel cimitero, presidiato all'esterno da autoblindo e militari e, all'interno dalla polizia. Fu facile trovare il sacello: una colonna di praghesi vi si dirigeva. I fiori che lo adornavano, bianchi, rossi e blu (la bandiera ceca) erano tanti quanti non ne avevo mai visti.
Due episodi, solo per ricordare attraverso quali prove siamo passati
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