In principio fu la Apple, che due anni fa ebbe l'impudenzadi rifiutarsi di rivelare alla Fbi i contenuti dell'iPhone del killer della strage di San Bernardino
di Sergio Luciano, 3.11.2017 da www.italiaoggi.it
In principio fu la Apple, che due anni fa ebbe l'impudenza (restando incredibilmente impunita, pur nel paese in cui t'arrestano se fumi una sigaretta in un locale pubblico) di rifiutarsi di rivelare alla Fbi i contenuti dell'iPhone del killer della strage di San Bernardino. Ma anche l'attentato dell'altro giorno a Manhattan conferma, anzi rafforza, la tesi secondo cui ormai crimine in generale e terrorismo in particolare andrebbero prevenuti scavando soprattutto nel web. Le indagini hanno già acclarato che il pazzo attentatore della pista ciclabile faceva parte di una rete di delinquenti che da giorni si scambiavano messaggi sull'imminente attentato, un gruppo di lupi solitari che non svolge attività in comune ma si connette, si organizza e si galvanizza usando il web. E i capi dell'Isis hanno trovato canali infiniti di propaganda proprio nel deep-web, dove non vengono contrastati da nessuno.
Da nessuno, e tantomeno dai colossi del web, Google e Facebook, che pure di fatto, e a ben pensarci, come principale attività svolgono proprio quella di monitorare e censire e interpretare i contenuti che vengono inseriti dagli utenti, per meglio bersagliarli con la pubblicità più affine. Ma allora, perché non utilizzare questa capacità di decifrazione dei contenuti e profilazione degli utenti per scovare i terroristi o i simpatizzanti del terrore e denunciarli alle autorità? È chiaro che sono maturi i tempi affinché questo regime di irresponsabilità dei moloch del web cessi Paradossalmente è proprio la rete l'ambito in cui si può meglio esplicare la prevenzione del terrorismo, visto che sul terreno l'uso di commando individuali e di «armi» atipiche come appunto gli automezzi usati come arieti, non permettono di monitorare (come accade nel caso degli attentati tradizionali, con esplosivi o dirottamenti) le azioni preparatorie la cui visibilità a volte ha permesso di evitare il peggio.
Ma i signori di internet se ne fregano: considerano la loro stessa sopravvivenza legata a questa proterva e antilogica dichiarazione di irresponsabilità, cioè appunto la loro pretesa impossibilità di monitorare i contenuti prodotti dagli utenti. C'è una ricercatrice, Rita Katz, che da Bethesda, negli Usa, scruta con il suo staff del Site Institute le comunità online dei terroristi: ma lo fa nuotando controcorrente e senza alcun appoggio istituzionale contro il cinismo dei signori della rete, nonostante l'amministrazione americana consulti regolarmente il suo lavoro, ma senza aiutarlo per ora in alcun modo.
Quanti morti ancora dovranno essere contati prima che quest'assurdità cessi?
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