La parabola discendente di Steve Bannon

Categoria: Estero

Trump lo ha scaricato dopo averlo voluto a suo fianco come stratega. Cacciato dalla Casa Bianca è sbarcato in Europa col suo The Movement. L'obiettivo? Distruggere l'Ue di Bruxelles.

MARIO MARGIOCCO 19.9.2018 www. lettera43.it

Fra le eminenze grigie che hanno accompagnato i presidenti americani, da Teddy Roosevelt a inizio 900 a Donald Trump, nessuno è salito così in fretta e così in alto, e nessuno come Stephen Kevin Bannon è stato scaricato ed estromesso così in fretta e in modo così netto. Non solo dalla Casa Bianca ad agosto 2017, ma anche cinque mesi dopo e su richiesta di Trump dal ruolo del tutto privato di megafono dell’ultradestra anti-establishment che aveva avuto già prima di entrare in politica al fianco di Trump, e al quale era tornato. Il protagonismo di Bannon aveva infatti infranto la regola prima delle eminenze grigie, che mai devono sembrare più protagoniste e manipolatrici del capo al quale devono cedere sempre, tutto e subito, ogni diritto d’autore. Ma Bannon, per quanto contestato e non di rado disprezzato, anche a destra in ambienti come l’Aei (American Enterprise Institute) e altre centrali storiche dell’establishment conservatore, resta negli Stati Uniti un personaggio pubblico importante per capire il Paese come è oggi, avendo fatto da ostetrico per cinque anni almeno a varie idee trumpiane di stampo ipernazionalistico, anti-establishment e contro i media («i veri nemici», dice Bannon). Inoltre è un innamorato dell’Italia sovranista salviniana e pentastellata, per lui un affascinante connubio di populismo anti-establishment di destra e di sinistra, il laboratorio perfetto dell’Europa di domani. Con qualche simpatia per Mussolini, l’uomo che piaceva alle donne e, con grande senso estetico, disegnava fantastiche uniformi.

THE MOVEMENT, LA FILIALE EUROPEA DI BANNON

E infine Bannon è già sbarcato a Bruxelles come stratega unificante, nelle elezioni del maggio prossimo per l’europarlamento, di tutti i sentimenti neonazionalisti e anti Ue (e anti euro), grande fornitore di slogan, notizie vere o presunte e visioni di un’Europa delle patrie e dei popoli che spezzano le catene dell’establishment, fascista dice lui. The Movement si chiama la sua filiale europea, per la lutte finale dei popoli e la fine del mostro europeista. Salvini è con The Movement, e Luigi Di Maio non certo contro. Bannon è per le idee semplici e chiare. «Il populismo è un sentimento» prima di essere un’idea. «La storia è con noi», diceva parlando a Lille nel marzo scorso al congresso dei lepenisti. Inutile dirlo, è per la hard Brexit, vicino a Boris Johnson e altri, cioè sbattere la porta in faccia all'Ue senza pagare una sterlina, e il futuro una volta tornato nelle mani del popolo non potrà che essere radioso. Bannon, anche se ora si sposta in Europa, resta tutto americano. Come Donald Trump toglierebbe di mezzo, con la Ue, un partner-rivale commercialmente troppo grosso e quindi fastidioso. Circa 80 anni di visioni strategiche atlantiche elaborate per lo più tra l’Hudson e il Potomac non sono per Trump, e ancor più per Bannon, una eredità da aggiornare, emendare, sfoltire e conservare, ma bunk, roba senza senso. Via. Verso il nuovo. Quale? Il nuovo e basta. Raggiungiamolo, e poi vedremo .

LA CARRIERA DALLA MARINA A GOLDMAN SACHS

Bannon è un baby boomer del 1954 e la sua storia è emblematica, come per tanti figli della classe operaia portati dalla affluent society a posizioni meno lontane dai centri del potere. Furono sette anni in Marina, come ufficiale di complemento, a offrire a Bannon alcune occasioni, conoscere bene Washington come addetto al comando della flotta per esempio, e a permettergli studi culminati con un master alla Harvard Business School, con buoni voti, nel 1985. Poi si sistemò, finanziariamente, lavorando e facendo carriera a Goldman Sachs, e infine passò al cinema e al piccolo schermo, come produttore di film e documentari rigorosamente su posizioni iperconservatrici. Attenzione, non fu un progetto coerente, ma un approdo dopo un turbinio di idee e sceneggiature a volte strampalate con poca attinenza alla politica, finché non scoprì che denunce politiche da destra, estrema destra populista, avevano un pubblico crescente.

Il conservatorismo americano è vecchio quanto la nazione, ovviamente, ma arrivò a una sua moderna definizione negli Anni 20 come reazione all’internazionalismo, e al cosmopolitismo, identificato con la seconda presidenza di Woodrow Wilson, che aveva portato all’ingresso nella Prima guerra mondiale. Wilson venne distrutto, in patria, e la politica americana (ma non la finanza di Wall Street) voltò le spalle all’Europa e a tutto. Questo mondo veniva cancellato dalla crisi del 29, dal discredito repubblicano, dalla seconda guerra, dalla vittoria – non senza fiera opposizione e vari interrogativi anche ragionevoli da parte degli isolazionisti - della visione geostrategica dell’American Century in versione Guerra Fredda prima, e di trionfo del liberism, del liberalism e del mercato globale dopo la fine dell’Urss. Ma era, quest’ultimo, un trionfo breve, brevissimo, perché il mondo è sempre complicato e c’erano anche in America i perdenti, nel senso stretto di perdite di impianti industriali, di lavoro e di reddito e quindi di auto rispetto. Non era difficile identificare nelle élite i colpevoli.

BREITBART.COM E LA GUERRA ALLE ÉLITE

Bannon era entrato in contatto attorno al 2004 con Andrew Breitbart, che presto avrebbe fondato un sito, Breitbart.com, progressivamente ampliato come «Huffington Post della vera destra» mirato contro le élite, la stampa ufficiale, l’establishment politico, quello traditore repubblicano più ancora di quello democratico. Pubblicava notizie ignorate dalla grande stampa, vere, verosilimi, false. Morto improvvisamente Breitbart nel 2012, Bannon subentrava, facendo sempre più del sito un fighting club per la buona causa. Intanto cresceva il rapporto con Trump, ancora incerto sul proprio futuro politico. Bannon dava forma a idee che Trump agitava confusamente: l’antiglobalismo, l’anti immigrazione, i media definiti «the opposition party», il disprezzo e il rifiuto di ogni politicamente corretto altrui, la riscoperta dell’interesse nazionale nudo e crudo, le barriere commerciali, la conclamata fede nell’arrivo di una «rivoluzione» che farà di nuovo grande l’America rigettando ogni mitologia dell’Occidente. Che viene però continuamente invocato da Bannon sotto la forma di cristianità in lotta contro l’Islam. Nazionalismo puro drappeggiato in rivoluzione. Quindi anti Ue, tra l’altro.

LA CACCIATA DALLA CASA BIANCA

Il premio arrivò nell’agosto 2016, con Bannon alla guida della campagna elettorale, vittoriosa per un soffio. E Trump lo premiò ancora creando per lui il ruolo di Stratega in capo, e un posto nel National Security Council, cuore del potere e club ristrettissimo; da qui lo tolse dopo due mesi, e lo cacciò dalla Casa Bianca otto mesi dopo avergliene spalancate le porte. Bannon giocava troppo in proprio, usava troppo le soffiate alla stampa, non faceva squadra, si riteneva troppo superiore. Bastò un’intervista in cui Trump diceva di non avere strateghi, - «sono lo stratega di me stesso» - per capire che era finita. E pochi mesi dopo lo faceva cacciare anche dal rifugio di Breitbart, controllata allora dalla ultratrumpiana famiglia Mercer. Continuava a parlare troppo con i giornalisti e a dire ciò che non andava detto. «Si è bevuto il cervello», fu l’epitaffio di Trump.

LA VOLONTÀ DI CANCELLARE L'EUROPA DI BRUXELLES

Può darsi. Bannon ama camminare con la storia, è convinto di sapere dove è diretta (la rivolta dei popoli contro le élite, come ripete sempre anche Matteo Salvini) e vede in questo la realizzazione di una teoria ciclica, articolata su quattro generazioni, a ritmi quasi secolari, distillata al meglio 20 anni fa circa da due analisti di Washington, attivi fra staff congressuali e think tank, William Strauss e Neil Howe. Il ciclo tende a ripetersi e parte da forti istituzioni ammirate in modo disciplinato (gli anni 46-63 negli Usa, che sono il paradigma) per arrivare alla fine alla crisi che tutto sconvolge (gli anni dal 29 al 39 furono l’ultima crisi, prima di quella attuale che sarebbe completa secondo il bannonismo con la fine della Ue). Il ciclo di Strauss-Howe è un faro anche in Europa. L’Italia è un laboratorio. E l’Europa avrà la sua rivoluzione anti-elitista il prossimo maggio, abbattendo la Ue. Bannon ha concesso molte autodefinizioni, alla ricerca di un ubi consistam che spesso gli è stato chiesto. E la più consistente è stata quella di «nazionalista economico», per dare il suo contributo alla rinascita del sogno americano.

LA MICRO EUROPA TRUMP-BANNONIANA

Vuole distruggere l’Europa di Bruxelles perché il futuro dei popoli è solo nelle patrie, che nel suo caso è una grande patria dall’Atlantico al Pacifico e per noi sono le piccole patrie, 30 Paesi sovrani su un’area che è meno della metà di quella americana. Via la Ue, via un gigante economico di dimensioni americane. Trump non vuole più trattare con Bruxelles sui grandi dossier commerciali ad esempio, ma one to one come dice lui, con Parigi, con Bruxelles ma in quanto Belgio, con Roma, con Vienna, con Lubiana e con Malta. Uno a uno. Già, molto conveniente per Washington. E questa nuova micro-Europa trump-bannoniana è la stessa che piace a Vladimir Putin, e che anche ben prima della Ue piaceva agli zar, sempre sospettosi di ogni forma di concerto europeo che non li chiamasse in gioco. Ma a noi, che cosa conviene? Sarà opportuno chiederselo quando sotto voto europeo Bannon ci indicherà il suo futuro. Intanto Jonah Goldberg dell’Aei e della National Review, pilastri del conservatorismo mainstream, ha scritto un epitaffio sull’avventura europea dell’ex capo stratega: «C’è qualcosa di tenebrosamente comico su una persona cacciata nell’ultimo anno dalla Casa Bianca, cacciata dal suo sito online, e sbattuta fuori dagli stessi mecenati che l’avevano sostenuto e che, parlando a una non grande folla di nostalgici di Vichy, ha spiegato come l’onda lunga della storia è con lui». Rimanga pure in Europa, ha concluso Goldberg.