Continente ricchissimo di risorse strategiche, resta povero, schiacciato da debito, sfruttamento
Mario Lettieri, Paolo Raimondi 6.1. 2026 linkiesta.it lett6’
In “L’Africa è stanca di essere sfruttata. Il secolo africano”, Mario Lettieri e Paolo Raimondi spiegano perché un continente giovane, ricchissimo di risorse strategiche, resta povero, schiacciato da debito, sfruttamento e competizione geopolitica
L’Africa è un continente straordinario, certamente pieno di contraddizioni ma proiettato nel futuro. E’ composto da cinquantacinque Stati sovrani riconosciuti, otto città e isole che sono parte di Stati non africani e due altri paesi non ancora pienamente riconosciuti. Perciò, data la natura molto variegata potremmo dire “le Afriche”. Con circa 30,3 milioni di kmq, comprese le isole adiacenti, copre il 20 per cento della superficie terrestre.
Con oltre un miliardo e mezzo di abitanti, rappresenta il 18,4 per cento della popolazione mondiale. Il 44,5 per cento vive nei centri urbani. Una delle sue forze è rappresentata dai giovani. Infatti, l’età media in Africa è di 19,2 anni!
Le Nazioni Unite stimano che entro il 2050 la popolazione africana raggiungerà quasi i 2,5 miliardi. Più del 25 per cento di quella mondiale sarà africana. La popolazione in età lavorativa (15-64 anni) raddoppierà entro il 2050, passando dai 849 milioni nel 2024 ai 1.560 milioni. Si stima che entro il 2050 l’85 per cento dell’aumento totale della popolazione globale in età lavorativa sarà in Africa.
Perciò, oltre alla priorità della sanità, la grande sfida in Africa è l’istruzione. Oggi la qualità e la quantità dell’istruzione rimangono basse rispetto a quelle di altre regioni del mondo. Nel 2021, in media, i governi africani hanno destinato solo il 3,7 per cento del loro pil all’istruzione, in altre parole il 14,5 per cento della loro spesa pubblica totale.
L’altra ricchezza dell’Africa sono le materie prime, le commodities, sia quelle tradizionali sia quelle nuove d’importanza strategica, le cosiddette “terre rare”. Secondo alcune stime, fatte per difetto, l’Africa avrebbe l’84 per cento delle riserve globali di platino/palladio; l’80 per cento di diamanti; il 44 per cento del manganese; il 42 per cento del cobalto; il 22 per cento dell’uranio; il 15 per cento dell’oro; il 25 per cento di quanto è classificato “specialties” (le terre rare), che comprendono, tra l’altro, l’antimonio, il litio, il rutilo, lo scandio, il titanio, il tungsteno, il vanadio, l’ittrio, ecc. Tutti materiali necessari per le nuove tecnologie, per la ricerca spaziale, per le comunicazioni satellitari, e ovviamente anche per le armi di nuova generazione. L’Africa detiene anche il 15 per cento del totale delle materie classificate “bulk”, che comprendono la bauxite, il cromo, il carbone, i materiali ferrosi, il fosfato e il potassio. Ha anche il 5 per cento delle materie prime cosiddette “base” come il rame, il piombo, il nichel, lo stagno e lo zinco. […]
Il continente è ricco anche di energia, con giacimenti finora conosciuti per 125 miliardi di barili di petrolio. Oggi produce l’8 per cento del petrolio a livello mondiale. Queste riserve cozzano contro il misero 2 per cento del consumo globale di elettricità. Anche l’intero pil, calcolato in parità di potere d’acquisto (ppa), è soltanto di circa 7.500 miliardi di dollari. Detiene circa 18.000 miliardi di metri cubi di riserve di gas, che si riveleranno essenziali per una giusta transizione energetica, poiché il gas naturale può garantire rilevanti riduzioni delle emissioni, promuovendo al contempo la sicurezza energetica e lo sviluppo economico.
L’Africa è anche ricchissima di acque potabili. Un’affermazione che sembra stridere con i pericoli dell’avanzamento del deserto e del prosciugamento di molti laghi, a cominciare dal grande Lago Ciad. Una contraddizione che si può risolvere attraverso la realizzazione delle grandi infrastrutture mancanti nel continente. Anche con la lotta contro la politica del “land grabbing”, la sottrazione di enormi estensioni di terreni da parte di multinazionali private e anche di vari Stati per lo sfruttamento intensivo e incontrollato delle risorse e delle derrate alimentari. Tutti prodotti destinati ai consumi esteri.
Per centinaia di anni i paesi africani sono stati spesso vittime di un brutale colonialismo. Dalle loro coste sono partite migliaia di navi cariche di schiavi verso le Americhe. E soltanto dagli anni sessanta del secolo scorso che i paesi africani, uno dopo l’altro, hanno riconquistato la loro libertà e la loro indipendenza. Purtroppo, il vecchio colonialismo degli Stati europei è stato subito rimpiazzato da quello più moderno delle multinazionali. I cittadini africani sanno che l’Africa è troppo ricca perché sia lasciata in pace. E’ per il controllo delle sue ricchezze e per il suo potenziale ruolo geopolitico che guerre, convenientemente presentate come tribali, sono combattute. Anche il terrorismo entra in gioco nelle zone ricche di materie prime, sottraendole al controllo centrale degli Stati.
Le potenzialità di sviluppo sono enormi, anche se i problemi restano tanti.
Uno di questi è il debito pubblico, in gran parte verso creditori esteri. Certamente vi è molta corruzione nei governi e nelle leadership africani. Dopo la moratoria concessa dai paesi creditori nel 2000 il debito estero sta ritornando ai livelli precedenti. Le vere ragioni della crescita del debito, sono il sottosviluppo forzato e lo sfruttamento straniero delle commodities sotto pagate. A ciò occorre aggiungere le svalutazioni delle monete locali e i gravosi tassi d’interesse punitivi imposti dalle grandi banche e dai fondi internazionali. A fine 2023 il debito estero africano era di 1.152 miliardi di dollari, di cui la metà in mano a fondi privati, e nel 2024 sono stati pagati 74 miliardi d’interessi. In molti paesi il servizio sul debito supera notevolmente il budget per la sanità e quello per l’istruzione.
Nonostante tutto, il fermento democratico dei paesi africani è ben presente nella cittadinanza e nelle organizzazioni della società civile. Così come l’idea di organizzarsi, spesso seguendo le esperienze dell’Unione europea. Con questa prospettiva si è costituita l’Unione Africana, il Parlamento pan-africano e la Banca africana per lo sviluppo. Più recentemente, nel 2019 a Niamey in Niger i paesi africani hanno ratificato e reso operativo l’Accordo di libero scambio del continente africano (AfCFTA), eliminando il novantasette per cento dei dazi interni allo scopo di favorire il commercio interafricano. Oggi esso rappresenta solo il quindici per cento del totale degli scambi commerciali africani. L’Accordo prevede l’attivazione di tutta una serie di agenzie e iniziative, proprio come quelle dell’Unione europea.
I paesi africani sono molto attivi anche nelle relazioni internazionali. Al contempo sono oggetto di particolari attenzioni da parte di grandi paesi come la Cina, l’India, gli Usa, la Russia. Anche da parte dell’Unione europea. L’Africa manifesta un grande interesse a sviluppare stretti rapporti con il gruppo dei Brics. Il Sudafrica, l’Etiopia e l’Egitto ne sono già membri, mentre la Nigeria e l’Uganda sono dei partner, senza diritto di voto. Molti altri hanno già chiesto l’adesione. Oltre a partecipare a grandi progetti infrastrutturali e a beneficiare di crediti da parte della New Development bank dei BRICS, i paesi africani sono attratti dalla possibilità di utilizzare le proprie monete locali nei finanziamenti e nei pagamenti.
Nei primi mesi di presidenza, Donald Trump ha sconvolto l’ordine mondiale già molto precario. Centinaia di “executive orders” hanno scardinato politiche, orientamenti e valori conosciuti da decenni. In primo luogo ha messo alla berlina l’Onu e le organizzazione internazionali multilaterali. La sua politica dei dazi, anche se poi momentaneamente sospesa, ha generato una guerra commerciale di cui si possono soltanto temerne le conseguenze in tutti i campi, anche in quello militare. Donald Trump ha dichiarato guerra ai BRICS, ai Paesi del Sud globale e anche all’Africa. Nel suo primo mandato ha, di fatto, ignorato il continente africano per il quale ha anche usato un linguaggio molto offensivo. La sua ossessione per le risorse strategiche e per le materie rare lo porterà a intervenire in Africa con il solo intento di accaparrarsele. Il rischio di conflitti e guerre orchestrate è molto alto.
Vi è l’intenzione, poco celata in verità, di ripetere i disastri della Conferenza di Berlino, che quest’anno celebra il suo centoquarantesimo anniversario. Allora le potenze coloniali europee divisero l’Africa in proprie sfere di influenza e di sfruttamento tracciandole con un righello. Oggi, però, i leader e i popoli dei Paesi africani sono più consapevoli del loro ruolo e del destino del continente.
Papa Francesco ha meglio di chiunque altro indicato il percorso virtuoso da seguire nei rapporti con l’Africa.Durante il suo viaggio nella Repubblica Democratica del Congo all’inizio del 2023 ha gridato: ”Giù le mani dall’Africa!”, “Basta soffocare l’Africa”. L’Africa non è una “miniera da sfruttare” o “un territorio da saccheggiare”, va “rispettata e ascoltata”. Papa Bergoglio ha stigmatizzato lo sfruttamento del continente africano: “A proposito di sviluppo frenato e di ritorno al passato, è tragico che questi luoghi, e più in generale il continente africano, soffrano ancora varie forme di sfruttamento, Dopo quello politico, si è scatenato infatti un ‘colonialismo economico’, altrettanto schiavizzante”. E ha aggiunto: ”Un dramma davanti al quale il mondo economicamente più progredito chiude spesso gli occhi, le orecchie e la bocca”.
Tratto da “L’Africa è stanca di essere sfruttata. Il secolo africano”, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi, EditricErmes, pp. 15-20, 14,25 €
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