dei Mondiali: il Pride Match a Seattle. 2-Taghi Rahmani: “Il regime in Iran vuole isolare mia moglie”.
Paolo Crucianelli 15 Febbraio 2026 alle 16:29 ilriformista.it lett2’
1-Più che un caso sportivo, la partita tra Egitto e Iran del 26 giugno 2026 rischia di passare alla storia come il più clamoroso scherzo del destino nella storia dei Mondiali di calcio. Quando il sorteggio ha deciso che la partita dei gironi tra queste due nazionali si sarebbe giocata a Seattle, nessuno immaginava che sarebbe diventata la cosiddetta “Pride Match” — un’etichetta scelta dalla città per legare la gara alle celebrazioni del Pride Weekend, l’annuale festa per i diritti LGBTQ+.
E così, con beffarda ironia, la sorte ha deciso che la partita simbolica dell’inclusione globale è capitata proprio tra due Paesi che criminalizzano l’omosessualità: in Iran la legge può arrivare a punirla con la morte e anche in Egitto le relazioni tra persone dello stesso sesso vengono perseguite duramente, spesso con arresti arbitrari, torture, umiliazioni. Il comitato di Seattle, che ha battezzato la gara Pride Match, lo aveva deciso molto prima del sorteggio, senza ovviamente poter sapere quali squadre l’avrebbero celebrata. Così le reazioni non si sono fatte attendere. Le federazioni calcistiche di Iran e Egitto hanno inviato proteste formali alla FIFA sostenendo che l’associazione delle celebrazioni LGBTQ+ a una gara che vede in campo le loro nazionali contraddice valori culturali, religiosi e sociali profondamente radicati nei loro Paesi.
Eppure, va chiarito un punto essenziale: le squadre non hanno alcuna voce in capitolo sulla designazione del “Pride Match”. La partita si giocherà normalmente come tutti gli altri incontri dei Mondiali, con le stesse regole, lo stesso arbitraggio e lo stesso significato sportivo di sempre. La decisione di collegare quell’incontro alle celebrazioni LGBTQ+ riguarda solo eventi e attività che si svolgeranno fuori dallo stadio, curati dagli organizzatori locali di Seattle, mentre la FIFA manterrà il controllo su ciò che accadrà dentro l’impianto e sul campo.
Paolo Crucianelli
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Taghi Rahmani: “Il regime in Iran vuole isolare mia moglie”. La sofferenza in carcere di Narges Mohammadi
«Obiettivo del regime è isolare Narges Mohammadi dalla società iraniana». Il giornalista e attivista Taghi Rahmani – definito dalla Ong Reporters sans frontières “il giornalista più spesso incarcerato” – prende posizione di fronte all’ennesima condanna della moglie Narges Mohammadi, ingegnere, attivista e Premio Nobel per la Pace: sei anni di prigionia per “assembramento e collusione contro la sicurezza nazionale” e un anno e mezzo per “propaganda contro il regime”.
Rahmani, nuova condanna comminata a Narges Mohammadi. Quali sono le sue considerazioni al riguardo?
«È evidente come, in Iran, un’attivista per i diritti umani, nonché Premio Nobel per la Pace, sia sottoposta, per diverse ragioni, a maggiori pressioni. Innanzitutto, le sue opinioni e rimostranze hanno una risonanza internazionale. In secondo luogo, stiamo parlando di un’attivista in grado di riunire le persone e che in passato ha dato vita a molteplici organizzazioni. Il regime, quindi, cerca di tenerla reclusa il più a lungo possibile per impedirle qualunque tipo di rapporto con la società; inoltre, proprio perché la sua posizione riguarda il superamento della Repubblica Islamica, quest’ultima si dimostra particolarmente dura nei suoi confronti, come testimoniato da ciò a cui abbiamo assistito a Mashhad».
Per quali ragioni Narges ha rifiutato la difesa in tribunale?
«Dato che Narges considera i processi della Repubblica Islamica come delle farse, ed è consapevole del fatto che le condanne siano prestabilite e la difesa non sortisca alcun effetto, semplicemente non si presenta alle udienze in segno di protesta e, qualora la costringano con la forza a presenziare, rimane in silenzio. In Iran, l’autorità giudiziaria non è indipendente, ma al servizio della Guardia Suprema, che ne seleziona i vertici; gli inquirenti, inoltre, sono subordinati agli organi di sicurezza, ovvero al Ministero dell’intelligence e ai Guardiani della Rivoluzione Islamica. In realtà, sono queste strutture a stabilire le condanne degli accusati. Io stesso ho subìto in prima persona questo meccanismo, in quanto sono stato interrogato dagli inquirenti dell’intelligence, che, ripeto, non sono responsabili davanti all’autorità giudiziaria».
Le condizioni fisiche di Narges risultano essere piuttosto delicate: una detenzione prolungata potrebbe rappresentare un serio pericolo per la sua vita?
«Durante gli ultimi cinque anni che Narges ha trascorso in carcere, ha sofferto di svariate malattie. Al momento, lamenta problemi polmonari; in precedenza era stata sottoposta ad angioplastica coronarica, ma anche oggi le sue arterie sono parzialmente ostruite e deve essere costantemente monitorata. Soffre di pressione alta, il che, nelle sue condizioni, è molto pericoloso e deve essere tenuta sotto controllo. Ha subìto, inoltre, un trapianto osseo. Al momento del suo ultimo arresto, è stata bloccata e picchiata da una ventina di individui, riportando diversi danni fisici. In questo periodo, a Mashhad, è stata condotta due volte in ospedale. Ritengo che Narges non goda di buone condizioni di salute e che debba essere liberata, al pari di tutti i prigionieri politici e di coscienza reclusi in Iran».
Non si arrestano la repressione e le morti dei manifestanti: come crede che potrebbe evolversi la situazione?
«La Repubblica Islamica ha temuto un rovesciamento: per questo ha agito con forza, provocando eccidi senza precedenti e una profonda crisi nella società iraniana. Il governo persevera nella repressione, ma, così facendo, si troverà in futuro a dover affrontare problemi a cui non sarà in grado di dare risposta. Ritengo quindi auspicabile un cambiamento messo in atto dal popolo iraniano, al fine di ottenere libertà e democrazia. Puntiamo al potenziamento della società civile, fondamento delle aspirazioni repubblicane».
[Si ringrazia per la collaborazione Leyla Mandrelli]