ELEZIONI IN RUSSIA | Sapelli: un voto chiave per l’autoritarismo di Putin

Categoria: Estero

Sono in corso le elezioni in Russia per la Duma. Si tratta di un voto importante per l'autoritarismo putiniano

Giulio Sapelli 20.9. 2026, ilsussidiario.net ore 06:00 lett4’

Si vota in questi giorni in Russia per la Duma, lo storico Parlamento che ha accompagnato la storia russa per circa un paio di secoli e su cui esistono pochi studi seri e innovatori. Il modello rimane quello degli studi che condusse nella sua giovinezza Dominic Lieven, erede di una delle dinastie baltico-germaniche (lituane) che hanno incarnato l’Impero russo e che sopravvissero all’avvento della timida apparizione della rappresentanza parlamentare in Russia e che ora Putin vuole ripristinare ciclicamente.

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Lo fa sia con la guerra condotta anche con i voti di un Parlamento privo di qualsiasi potere, sia con un regime autoritario che muta il suo volto seguendo il mutare del regime plutocratico oligarchico incarnato dal capitalismo russo di cui lui medesimo è la cuspide neo-imperiale.

Perché questa è la specificità dell’aggressione russa all’Ucraina: uno scontro tra oligarchi che continua dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la conquista della Crimea nel febbraio marzo 2014. La repressione di ogni forma di protesta fu allora spietata ed eliminò tutte quelle forme di influenza politica che le nazioni europee e in primis gli Usa misero in gioco per consentire l’estensione del dominio occidentale ai confini dell’Impero.

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L’Ue non reagì e neppure gli Usa resero manifesta una reazione che avesse la forma di una deterrenza armata. Putin interpretò questa indecisione e questa sorta di paralisi istituzionale che allora colpì l’Occidente come una sorta di via libera al suo progetto neo-imperiale.

Quello che non si era potuto ottenere con i negoziati che erano intercorsi per anni precedentemente ed erano diretti ad accogliere la Russia tanto nella Nato quanto nell’Ue – rispettando l’esigenza di garantire una sorta di zona di sicurezza di Stati neutrali ai confini della Russia – e di permettere il ripristino di quella presenza nel Mar Nero e nel Mediterraneo considerata indispensabile dalla neo-Russia imperiale, fu invece Putin a ripristinarla, senza più negoziare alcunché… con la forza delle armi.

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Putin, Russia

Vladimir Putin, Presidente Russia al Cremlino (ANSA-EPA 2026)

La giustificazione che trovarono i suoi filosofi di corte e del potere era che così occorreva agire per evitare il riproporsi di tentavi di sradicare dalla Russia post-comunista ogni ricchezza mineraria strategicamente fondante la base della sua autonomia statuale. Teorie che avevano dunque una parvenza di verità, perché erano la risposta sbagliata alla protervia del capitalismo finanziario globalizzato che allora celebrava i suoi trionfi.

Ciclicamente, dai tempi di Eltsin e dalla rivolta contro il suo dominio cleptocratico che rischiò di eliminare la Russia dalla storia riducendola a una provincia del dominio anglosferico, le spinte aggressive neo-imperiali si sono succedute non solo nell’ex Impero russo sovietico europeo, ma anche in quelle aree del grande Medio Oriente in cui il dominio russo era dispiegato, dall’Iraq alla Siria.

Ma la forza della pressione che promana dall’Europa democratica – pur con tutti i difetti che conosciamo bene – è nonostante tutto così forte che obbliga l’autoritarismo putiniano all’esercizio del voto per eleggere un Parlamento. Un Parlamento tipico degli Stati autoritari che Juan José Linz descrisse magnificamente nei suoi studi.

La domanda che allora ci si pone è: sino a quando sarà sostenibile il regime di guerra con la parvenza di legittimazione popolare che Putin continua a ritenere necessaria per continuare a esercitare il potere? Un potere che economicamente via via si indebolisce per via dell’economia di guerra e delle sanzioni che il capitalismo anglosferico impone a quello euroasiatico russo e per via della crescente insoddisfazione popolare.

Per questo, incoraggiare e sostenere il dissenso dei russi animati dall’incredibile coraggio che conosciamo ancora troppo poco è importante. Un tempo era considerato un dovere democratico e in Italia organizzazioni come Memorial svolsero un magnifico e coraggioso ruolo di sostegno ai dissidenti russi.

È ora di riprendere quel cammino e sostenere il dissenso con nuovo coraggio e abnegazione, superando ogni divisione sulla politica estera e quindi in merito alla stessa guerra in Ucraina. È un dovere inderogabile.