La sciocca parodia del bellicismo mediatico

Categoria: Estero

Agli islamisti abbiamo detto che non avranno il nostro odio e che vivremo come sempre, e avranno apprezzato. Ma fiori e candeline non bastano. E non essere in guerra vuol dire apprestarsi a subirla ancora

Un bambino davanti ai fiori e alle candele lasciate in solidarietà alle vittime degli attentati di ieri (foto LaPresse)

di Giuliano Ferrara | 24 Marzo 2016 ore 06:18 Foglio

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Le guerre non si fanno con i commenti dell’opinione pubblica. Può essere che il nuovo millennio inventi altre forme storiche, ma sulle chiacchiere giornalistiche e i sentimentalismi come risposta agli atti di guerra non giurerei. Gli abbiamo detto che non avranno il nostro odio, e hanno apprezzato, immagino. Gli abbiamo detto che continueremo a vivere come viviamo, e ne sono lieti. Gli abbiamo detto che siamo in guerra, e devono avere sorriso. Gli abbiamo detto che ci apprestiamo a creare una Fbi europea, che vogliamo coordinare le informazioni, e hanno pensato a nuovi compiti per i banchieri centrali. Gli stiamo dicendo una novità, che il problema è la debolezza dello stato in Belgio, e devono aver riguardato le immagini di folle multiculturali che inveivano a Molenbeek contro la polizia belga durante l’arresto di Salah Abdeslam in uno dei territori perduti della monarchia di Bruxelles, perduti come i territori della Repubblica in Francia. Uno di noi gli ha detto e ci ha detto pensosamente che bisogna far emergere l’islam europeo, come non fosse emerso e con quanta autorità, se necessario anche armata, magari trasportando carrelli in aeroporto con una sola mano guantata di nero. Il comico di passaggio che fa opinione per gli imbecilli ha detto che i raid occidentali hanno fatto mille morti civili nei territori dello Stato islamico, dunque dobbiamo aspettare che si pareggi il conto occhio per occhio nella prossima serie di attentati. A meno che il consigliere Pd della Spezia si sbrighi a tagliare, come ha detto, qualche testa islamica, rimescolando ancora la contabilità e complicando le cose.

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Non siamo in guerra e non lo saremo finché durerà la parodia del bellicismo mediatico, del moralismo autodenigratorio, del rifiuto di identità di linearità e di logica che si esprime nella disdetta riprodotta dopo ogni attentato, nelle frasi fatte, nello spezzettamento dei ruoli e delle responsabilità, nei toni vendicativi o assertivamente pietosi verso i carnefici, toni sempre ripetitivi, insulsi. Fiori, candeline, buone intenzioni, ma niente opere di bene. Nel nostro caso, in relazione all’islamismo armato e al suo bacino immenso di traffico etnico religioso ideologico-purista, fenomeno che non è genericamente terrorismo, non essere in guerra vuol dire apprestarsi a subirla ancora. La corrosione mista a sottomissione è destinata a essere lenta. Le reazioni tra le più codarde e le più turpi. Più aspra la guerra domestica di posizionamento di fronte alle paure e allo spirito di difesa e protezione reclamati dal cittadino comune. Se siamo in guerra bisogna che si identifichi un nemico, lo si citi per nome. Che le politiche di difesa, fiscali e di identità-opposizione verso l’altro, l’altro geografico e politico, siano coordinate rispetto a un fine unico per tutti, sia per chi concede sia per chi non concede il suo odio al jihadista in azione: lo sradicamento dell’esercito combattente nato nel violento risveglio islamista nel medio oriente e nel bacino del Mediterraneo e nel centro stesso dell’Europa, nelle città, nelle periferie, nei territori perduti.

Obama era a Cuba a celebrare l’arcobaleno caraibico. Putin aveva appena ritirato la mano dopo la sveltina di convenienza pro Assad. Erdogan aveva incassato l’assegno della paura, mentre l’Europa discuteva di Brexit di Grexit e di equilibrio monetario nella depressione deflazionaria. Il destino della Libia è sempre affidato alla prodigiosa capacità di autodeterminazione del valoroso popolo tripolitano e cirenaico. Va avanti il boicottaggio di Israele e dei professori non pacifisti. Ferve la rinascita economica iraniana, tra teocrazia e diplomazia. Si attendono nuove espressioni di sé del famoso islam moderato. E’ inutile commentare. Discettare. Colorire. Aggiungere. Divagare. Si sa tutto. La guerra è in corso. Non sono mafie, quelle islamiche. Non servono oltre la misura del giusto infiltrati e pentiti. Serve agire dove tutto nasce, come è stato autorevolmente suggerito anche in Italia, e opporre alla forza islamista nelle sue diverse manifestazioni, fuori e dentro i confini dell’occidente, una soverchiante forza, fatta di politica diplomazia e strategia militare, capace di configurare qualcosa che sia simile, finché non è troppo tardi, a una vittoria dell’amico sul nemico. Per far questo non possiamo parlare d’amore a chi ci odia, temere la sua reazione, predicare a un mondo idealmente unito da ciò che realmente lo divide.

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COMMENTI

Moreno Lupi • 37 minuti fa

C’era un essere grande e grosso, con più che sufficienti mezzi di sostentamento, ben attrezzato, potenzialmente capace di farsi rispettare. Ma era un essere strano: aveva ventotto cervelli, cinquantasei occhi, orecchi, braccia e gambe. L’unico tratto comune dei ventotto era una necessità insopprimibile: per muovere braccia e tutto il resto ciascun cervello doveva avere il consenso di almeno i quattro quinti dei suoi neuroni. Il diavoletto insorge: “Neuroni?” Sì, il loro insieme costituisce la “pubblica opinione” “Bah, accostare la pubblica opinione alle funzioni dei neuroni, ci vuole, ma te la passo”. Guarda che i neuroni si possono ammalare, si può farli ammalare “Ah, come no?”. Poi c’era un altro tratto comune: l’ideale di un Europa che dopo essersi sbudellata gioiosamente per duemila anni, facesse nascere una grande comunità coesa e univoca nel sentire e nell'agire. “Ok, ma con quali strumenti realizzare una simile virtuosa, nobile, inedita situazione?” Con quelli della democrazia, ovvio! “Stai buono, vai tranquillo, avvolgiti nella coperta degli ideali e dormi sereno”. Resto perplesso, sovviene la voce della mia Maremma: “Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano; e sempre corsi, e mai non giunsi il fine”. Già, ma poi ho pensato: logico, se raggiungi il fine degli ideali, gli stessi muoiono per sempre. Non si scappa. Pensierino finale: “Ma lo stato islamico si muove su “ideali” o su qualcosa più materialmente terreno che fa gola anche ad altri interessi? Non essendo, lo dicono tutti i sapienti nostri, una guerra di religione, deve essere esatta la seconda ipotesi. Ma se fosse un mix delle due cose?. Ho capito: se mia nonna avesse avuto le ruote, sarebbe stata un carretto.

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Umile Michele Cosenza • un'ora fa

Paragonare le stragi Bruxelles ai raid,contro degli alleati è come paragonare la strage di Capaci ad un incidente stradale. Ricordate Monaco 38 ?ammesso che il comico imbecille capisca la citazione????

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Marco Di Mattia • 2 ore fa

Non hanno affatto apprezzato. Loro ci odiamo proprio per come viviamo, e nulla li renderebbe più felici di vederci aderire alle loro opinioni circa l'umanità e il suo valore.

Certo ci serve la FBI, e che certo non sia affare di banchieri. Ci servono anche la CIA, la EU Air Force, e la EU Navy, e la politica estera, e la polizia di confine. Grazie tante. Chi sfotteva i sogni e le belle intenzioni di altri che volevano tutte queste cose trenta anni or sono oggi guarda interessato a Putin e Orban. E tanti auguri.

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Giovanni De Merulis • 4 ore fa

Perfetto

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antonio tempestilli • 7 ore fa

Bravo Ferrara. Intelligente e sintetico come sempre. In poche righe ha descritto l'inettitudine di che governa l'Europa, della politica dei modi di dire, delle frasi già' fatte. Si spera che facendo finta di niente ci lascino in pace. Evidentemente sia i nostri politici che quelli europei non conoscono la storia, non si ricordano di Chamberlain e il vantato accordo con Hitler. E allora ha ragione una volta di più' Churchill quando diceva che la persona conciliante è quella che nutre il coccodrillo nella speranza che lo mangi per ultimo.

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Mario Patrizio • 7 ore fa

Tempi duri si annunciano, sarà forse il motivo per cui non si parla di guerra ma di terrorismo. Siamo così dentro lo stile pacifico delle nostre esistenze da avere molto da perdere, suscitando reazioni pavide. I sensi di colpa per essere comunità pacifiche ed economicamente soddisfatte molto più del passato in un mondo ancora asimmetrico, si dilatano nella denuncia dell'abbandono della professione della fede cristiana. Voglio sperare che si possa continuare ad essere guidati dai valori che fanno di noi ciò che siamo, da laici, ovvero fedeli di quei valori. I preti al potere sono già troppi nelle fila di chi ci aggredisce.