di decenza delle istituzioni
di Sergio Soave
Termineranno insieme il lunghissimo periodo di presidenza di Giorgio Napolitano e il breve semestre di presidenza italiana dell'Unione europea, rilevante in realtà solo perché è stato il punto di partenza della nuova commissione. Non è ragionevole mettere insieme il bilancio di una fase politica ampia come quella dell'era Napolitano con quello di un breve avvicendamento in un ruolo più che altro rappresentativo al vertice dell'Unione. Tuttavia, proprio perché il principale intento di Napolitano è stato quello di inserire degnamente l'Italia, attraverso riforme economiche e istituzionali, nel contesto europeo e, contemporaneamente, di promuovere un cambiamento nelle prospettive dell'Unione rendendole più favorevoli alla crescita che al rigorismo contabile, non è del tutto insensato chiedersi a che punto sia arrivato, anche per effetto del semestre di presidenza italiana, quel percorso.
Il bilancio complessivo, tutto sommato, non può che segnalare l'avvio lento e stentato di una fase di rinnovamento, sia nell'orientamento delle istituzioni europee sia nell'azione riformatrice interna. Napolitano, se deciderà di fare pubblicamente un esame della lunga fase della sua presidenza all'atto delle dimissioni, sicuramente non indulgerà in giudizi trionfalistici, che non appartengono al suo carattere. In realtà la sua è stata soprattutto una grande prova di resistenza, una ricerca costante di equilibri in grado di portare a termine le progettate riforme, frustrata tante volte e che anche ora presenta limiti e problemi, mentre la popolarità degli strumenti istituzionali cui Napolitano ha dedicato la sua vita, quelli nazionali e quelli europei, raggiunge il livello minimo della loro storia. Una delle verifiche più rilevanti e più severe del successo o meno della lezione di responsabilità costantemente impartita dal Quirinale alle rappresentanze politiche sarà proprio la scelta del suo successore. Se anche questa volta, come nella vicenda che si concluse con l'inusitata richiesta di proroga del mandato a Napolitano, si assisterà a un disfacimento delle solidarietà di partito e a una diaspora generale, vorrà dire che l'impegno per una riqualificazione minima della politica, anche di fronte alle sfide terribili della crisi economica e sociale, è fallito. Matteo Renzi si dice sicuro che questo non accadrà, che i grandi elettori hanno imparato la lezione, e c'è da sperare che abbia ragione, anche se in realtà i segnali più evidenti vanno nella direzione opposta, ma non sempre chi si fa sentire di più per la virulenza del suo spirito polemico interpreta i sentimenti reali di una classe politica sbalestrata e confusa ma forse non più incline al suicidio.
© Riproduzione riservata Italia Oggi, 19.12.2014