Poltrone, alleanze e carriere: cosa nasconde lo scontro tra le toghe?
Antonio Pagliano 20.10.2026, ilsussidiario.net lettura5’
Rinnovo CSM: gli indipendenti arrancano, si sente il peso delle correnti. C’è ancora il rischio di logiche di carriera, discrezionalità e condizionamenti
Manca oramai una settimana all’elezione del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura e gli aspiranti nuovi consiglieri togati serrano i ranghi e affilano le armi per gli ultimi giorni di campagna elettorale, proprio mentre i consiglieri uscenti si sono resi protagonisti di una delle ultime infornate di nomine, sollevando non poche critiche.
La nomina del procuratore aggiunto di Bologna, Stefano Dambruoso, magistrato politicamente esposto, ha fatto esplodere violenti scontri intestini alla magistratura: la discussione in plenum è stata lunga, aspra e, per molti versi, più significativa della stessa votazione, sviluppandosi attorno ad alcuni dei nervi scoperti della categoria, ovvero il rapporto tra magistrati e politica, le regole con cui il CSM compara i candidati e, inevitabilmente, il ruolo delle correnti.
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A fare da detonatore è stata una raccolta di firme di un centinaio di magistrati a sostegno di Beatrice Ronchi, rimasta fuori dalla comparazione finale della Quinta Commissione. Un’iniziativa considerata da alcuni una forma di pressione inaccettabile e da altri un segnale che sconfessa le due principali correnti che hanno partorito le regole che oggi consegnano a Dambruoso quel posto.
Non si ricorda un’analoga iniziativa di raccolta di firme contro la valutazione dei consiglieri da parte dei loro stessi colleghi, risultando emblematica una certa insofferenza dal basso della maggioranza silenziosa dei magistrati verso gli equilibri delle correnti. Insomma, in attesa del voto, si è assistito a un viatico poco confortante sulla reiterazione dei vecchi vizi, ma ciò ha anche rappresentato un’importante cartina di tornasole di ciò che ci sarebbe stato in ballo in questa imminente elezione, nella quale evidentemente avrebbe dovuto assumere sempre più rilievo la presenza, invero assai contenuta, di candidati indipendenti.
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Questa polemica, di rilievo pubblico al netto del solito silenziatore dei principali mass media, ha fatto il paio con un’altra discussione più interna, circoscritta alle varie chat dei magistrati, in merito alla proposta, formulata da uno dei pochi candidati indipendenti, di abolizione dell’art. 29, comma V, del Testo Unico sulla dirigenza, ovvero della norma che prevede che assumano valenza di indicatore attitudinale principale, a integrazione delle esperienze organizzative e di collaborazione nella gestione degli uffici di cui all’articolo 13, l’aver ricoperto il ruolo di consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura o gli incarichi apicali presso il Ministero della Giustizia (capo e vicecapo di gabinetto, dell’ufficio legislativo, dell’ispettorato generale e del dipartimento).
A questi si sommano, con valenza di ulteriore indicatore attitudinale principale, ai sensi dell’art. 26, comma 1, gli incarichi di vertice dell’amministrazione attiva (direttore generale) presso il Ministero della Giustizia; il ruolo di componente del Comitato direttivo della Scuola Superiore della Magistratura; l’incarico di segretario generale e vicesegretario generale presso la Scuola Superiore della Magistratura, presso la Corte Costituzionale e presso il Consiglio Superiore della Magistratura; le esperienze organizzative e gestionali nell’ambito della Procura europea, della CEDU, della CGUE, dell’Avvocatura generale presso la CGUE e del Tribunale europeo.
L’esistenza di questa norma, la cui contrarietà al principio costituzionale della separazione dei poteri è più che palese, è diventata uno dei principali terreni di confronto fra uno dei pochi candidati indipendenti, Francesco Valentini della Corte d’appello di Napoli, che ne propone l’abolizione, e la componente della magistratura aderente al sistema correntizio. A questa posizione ha fatto da contraltare la dichiarata volontà abrogativa manifestata da AreaDG, che tuttavia ha contribuito ad approvare questa norma, sollevando così inevitabilmente un problema di coerenza e alimentando il sospetto che il palesato cambio di rotta rispetto al voto espresso a dicembre 2024 sia ispirato da ragioni di ordine elettorale.
Il confronto ha raggiunto toni aspri, fra silenzi e rintuzzi, che forse l’opinione pubblica dovrebbe conoscere con maggior contezza, sebbene sarebbe già un buon risultato se i cittadini comprendessero l’importanza della competizione elettorale alle porte.
La riflessione che sentiamo di sottoporre a chi vorrà leggere queste righe è che, a dispetto dell’esito referendario, il ruolo marginale dei candidati indipendenti sta confermando il progressivo indebolimento, interno, si badi, dell’indipendenza della magistratura e il conseguente deterioramento del disegno costituzionale delineato dagli artt. 101 e 107 Cost. La progressiva centralità delle logiche di carriera e della discrezionalità nelle valutazioni e nelle nomine sta favorendo forme di subordinazione interna e di condizionamento dell’autonomia individuale.
Questa bandiera che cercano di sventolare i candidati indipendenti, i quali si stanno confrontando in tutta Italia con i loro colleghi indicati dalle storiche correnti della magistratura, sembra purtroppo sostenuta da ciò che appare poco più di un refolo di vento. Inevitabilmente, i candidati indipendenti stanno scontando l’assenza di una struttura organizzata.
Tutti i candidati stanno girando l’Italia, incontrando colleghi e stringendo mani alla ricerca del più ampio consenso, ma la fatica dei candidati indipendenti non pare comparabile a quella dei colleghi aderenti alle varie correnti, che possono contare su strutture e meccanismi molto ben oliati. Sicché, inevitabilmente, emerge sempre lo stesso nodo, ovvero quanto tutta questa organizzazione, in grado di veicolare il consenso, non finisca poi per favorire quella discrezionalità degenerativa e quel carrierismo di cui il referendum voleva essere argine.
Se ne discute dall’esplosione della vicenda Palamara, ma senza che davvero accada qualcosa di rilevante in grado di spazzare via il fenomeno. L’obiettivo di riaffermare una concezione della magistratura fondata sull’autonomia e sull’indipendenza, come obiettivo culturale volto al recupero del valore del concreto esercizio della giurisdizione, avrebbe dovuto favorire le candidature indipendenti, che invece, oltre a essere state molto poche, stanno anche patendo un’oggettiva difficoltà organizzativa. Anche i collegamenti tra candidati, previsti dalla nuova legge elettorale introdotta dalla legge Cartabia, che prevede un correttivo per l’assegnazione di cinque seggi attraverso il recupero proporzionale dei voti in un collegio unico nazionale «virtuale», paiono confermare il quadro d’insieme appena rappresentato.
Il gruppo di toghe «collegate» con il candidato Ferri, ex componente di primo piano di MI, è composto da quattro giudici e copre dunque tutti e quattro i collegi di merito. Le storiche correnti hanno sancito i loro collegamenti, coprendo tutti i collegi, sia di merito sia di legittimità. A fare fatica, manco a dirlo, sono risultati gli indipendenti, che non sono riusciti a fare pienamente gruppo, sancendo la loro strutturale difficoltà, in un sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica.
La sensazione è che si stia per perdere un’altra occasione.