Le ricette del governo M5s-Lega? Una fiera degli equivoci

Categoria: Italia

Che idea hanno Di Maio e Salvini del debito pubblico? Quale ruolo pensano debba avere l'Italia in futuro? E che strategia geopolitica perseguono? Questa esecutivo pecca di troppa confusione e sicumera.

MARIO MARGIOCCO 18.11.208 www.linkiesta.it

Con il “no” italiano a una revisione del bilancio e con la dura replica di Bruxelles e di vari partner è finita la prima fase del governo Matteo Salvini-Luigi Di Maio. Hanno mantenuto la promessa del «me ne frego» e siamo arrivati a un fronte che dice: «Italia contro tutti». Non esistono così più dubbi su che cosa i leader della Lega e M5s hanno in mente: vogliono che l’Unione, «questa Europa», sia un nostro avversario, anzi l’avversario. I nostri nemici sono i burocrati di Bruxelles, definizione-simbolo che riecheggia gli unelected officials dei brexiteers del Regno Unito, oggi meno trionfanti di ieri. E anche ministri e capi di governo Ue ci bacchettano, a partire dai sovranisti austriaci. Sono elected, non unelected. Sono anche loro burocrati contro il popolo? È una fiera degli equivoci. Cerchiamo di fare il punto attraverso quattro temi: l’idea che i nostri capi-governo hanno e alimentano del debito pubblico italiano; l’idea di Italia; l’idea di Europa; le visioni geopolitiche, cioè come proiettano nel futuro l’Italia e l’Europa in un mondo che cambia.

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IL DEBITO PUBBLICO? PER IL GOVERNO È COLPA DI EUROPA E GERMANIA

Salvini soprattutto ha in mente una campagna elettorale per il parlamento europeo tutta basata contro «questa Europa». Lo ha detto: «Se ci dichiarano guerra io ci costruisco sopra l’intera campagna elettorale: l’Europa dei burocrati contro la manovra del popolo», e Di Maio ha annuito. La manovra del popolo sarebbe come noto stimolare la crescita per diminuire il rapporto debito-pil non con tagli di spesa ma con aumento della ricchezza nazionale. Intanto si aumenta il deficit per stimolare. Il governo dice che funzionerà ma nessuno ci crede, neppure la Banca d’Italia e altri centri pubblici di analisi e previsione italiani. Nella vulgata governativa, che ha presa su una tradizione di Italia «grande proletaria» discriminata dal perfido straniero, il debito è qualcosa che ci è stato imposto dalla malevolenza dell’Europa, Germania in primis, che ci ha impedito negli anni una politica espansiva, vincolo accettato dagli imbelli governi precedenti. Quindi sul debito andiamo allo scontro con l’Europa perché loro dicono che l’abbiamo fatto noi e noi dobbiamo porvi rimedio e il nostro governo dice che non è vero, che l’hanno piuttosto fatto loro. Il risultato è che, almeno in parte, di questo debito rifiutiamo la responsabilità. È una posizione che paga, con molti italiani di un certo tipo. Ma è suicida.

L'ILLUSIONE DI UN'ITALIA SOVRANA E SENZA REGOLE ESTERNE

Il governo gialloverde sottoscrive in pieno l’idea di un’Italia sovrana che decide il proprio futuro senza sottostare a regole esterne. Questo è chiarissimo e, fino a un certo punto, sacrosanto. Ma non si possono impunemente negare, con affermazioni assolutamente stonate in bocca a un ministro che dovrebbe conoscerli almeglio, 60 anni di Trattati internazionali e di progressive cessioni di sovranità, identiche a quanto fatto da altri. Non si possono ignorare senza porre il Paese nella categoria degli appestati. E tantomeno si può ignorare che l’Europa ha i mezzi, legali ed economici, per esigere il rispetto delle regole da parte dell’Italia. Possiamo andarcene. In fondo questa è la strategia della Savonomics: invocare misure che la Bce non può prendere (finanziamento sine die del debito italiano, ad esempio) per poi dire che allora dobbiamo rifarci la nostra Banca d’Italia pienamente autonoma. Come se questa potesse (ma Claudio Borghi e altri lo proclamano e Paolo Savona non lo smentisce) finanziare il debito ad libitum. Poveri illusi! Salvini ha avuto successo e consenso con le politiche sull’immigrazione. Rischia di perdere molto con questa guerra all’Europa. Perché si illude che il Paese lo seguirà.

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CON L'IDEA DI SALVINI DI UE IL NOSTRO PAESE TOTALMENTE ISOLATO

Quella di Salvini è una visione più che neogollista di «Europa delle patrie», sottoscritta anche da Di Maio che di queste cose si interessa meno, almeno fino a quando non avrà risolto il vitale per lui reddito di cittadinanza (senza reddito niente più voti bulgari ai cinque stelle in molti collegi). È un’Europa dei nazionalismi, cioè una negazione dell’Europa, nata invece per metterli in sordina. Certo, questa Unione sta degenerando, è assopita da 20 anni, l’ultimo decennio vivace sono stati gli Anni 90, e a ben vedere ancor più gli Anni 80 del Mercato unico. Poi, troppe paure e troppo poca azione. Salvini e Di Maio sono convinti che tutto cambierà con una travolgente avanzata delle forze sovraniste al voto del maggio 2019 e con un Europarlamento a maggioranza sovranista. I sondaggi dicono che anche questa è un’illusione. Avranno molti seggi in più, secondo le rilevazioni, ma sempre in minoranza. E allora, che Europa vuole Salvini? Non si sa. Vuole solo meno Europa. Perché vuole più Italia. Ma è un’Italia isolata. La strategia avrebbe molto più senso se altri Paesi si muovessero sulla stessa linea (anti euro e anti Ue) e si fossero coltivate alleanze. Nulla di tutto questo. Siamo soli. Vae victis, riporta Tito Livio, e vae soli, dice l’Ecclesiaste (4,10). Guai ai vinti, e guai a chi è solo.

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LA VISIONE GEOPOLITICA DI LEGA E M5S: DIVENTARE I NANI DEL MERCATO

Qui casca davvero l’asino. Il salvinismo, e il grillismo, invocano difatti allo stesso trempo una visione e il suo contrario. La visione è quella di un mondo che cambia, l’alleanza Europa-Stati Uniti che con Donald Trump (un modello) si sfilaccia, l’Unione europea che fa altrettanto, mentre la Russia riafferma dopo l’eclissi post Pcus la sua voglia di contare e, soprattutto, economicamente e strategicamente la Cina avanza fino a diventare protagonista -per ora con le linee commerciali via Suez e via terra - anche nella nostra area europea e mediterranea. Bene, che cosa si oppone a questi nuovi grandi protagonisti e a un’America nazionalista? Un serrare le fila dei piccoli Stati europei decisi a restare, insieme, protagonisti? No, un nazionalismo italiano, per cui sul piano commerciale, ad esempio, andremo a trattare senza più Bruxelles con Washington, Mosca, Pechino. Ora, con il Cremlino ci sarà sempre spazio di manovra, perché ha un grande esercito ma una piccola economia, inferiore alla nostra (molto inferiore come manifatture) e delle dimensioni di quella spagnola. Ma con Washington e Pechino? Che cosa possiamo offrire, un accesso a un mercato di 60 milioni di persone mentre loro possono mettere sul tavolo i loro mercati da 320 milioni di americani o da un miliardo e mezzo di cinesi? Insomma, mentre i giganti sono sempre più attivi noi vogliamo tornare ai nani, cioè i piccoli (è piccola anche la Germania) Stati europei. Come visione, zero.

QUEGLI ECONOMISTI CHE PROMETTONO FANTASIOSE RICETTE MIRACOLOSE

Tutto questo ha poi sullo sfondo un Paese dove vari gruppi e persone si stanno agitando con grande superficialità e più slogan che idee, con affermazioni apodittiche («con questo euro non si può andare avanti», «liberiamoci dall’euro») che fanno presupporre una svolta felice, tutta invece da dimostrare. Centinaia di sovranisti si spmp radunati a Montesilvano (Pescara) insieme ad Alberto Bagnai, Claudio Borghi e Marcello Foa «contro la dittatura dello spread», come a dire contro la dittatura della pioggia: se piove, piove e basta. Una gentile e fotogenica signora parla spesso in tivù per il suo gruppo Eurexit (formato da professionisti e imprenditori) dichiara che l’euro è fallito e che occorre tornare alla Banca d’Italia autonoma che potrà sostenere le politiche del governo. Molti acconsentono a plaudono. Ma non si sa se capiscono. Le conseguenze soprattutto. Né tantomeno capiscono che ci sono circuiti, e soldi, interessati a portare l’Italia fuori dall’euro e magari anche dall’Unione, e ad azzoppare mortalmente quest’ultima («ma è già morta» è la linea d’attacco).

In America Latina quando i governi sono alle strette si mettono a inventare, dicono che hanno trovato la soluzione che non richiede nessun sacrificio

MOISÉS NAÍM, EX MINISTRO DELL’INDUSTRIA VENEZUELANO.

Certamente ha questo interesse il Cremlino, a giudicare da vari personaggi che si muovono, perché certe manze vanno solo dove il pascolo è buono. Con gli altri Paesi neppure ci provano: siamo noi i polli da batteria o le cavie da esperimento, o i merli da vischio. Certi commentatori - peraltro a volte lucidi e pregevoli ma sensibili per antiche nostalgie al richiamo nazionalista - arrivano a dire che il debito è un «peccato originale» usato per togliere libertà e sovranità e tenere l’Italia «sotto schiaffo». No, è un fatto contabile, economico e politico e in termini prima di tutto contabili, economici e politici va affrontato, per riportarlo a dimensioni gestibili, lentamente. Quanto alla manovra, consigliabile leggersi quanto ha detto l’ex ministro dell’Industria (inizio Anni 90) ) venezuelano Moisés Naím: in America Latina quando i governi sono alle strette «si mettono a inventare»; «dicono che hanno trovato la soluzione che non richiede nessun sacrificio», creativa, esotica. «Ecco: quella che sta proponendo il vostro governo è una politica economica esotica... Immancabilmente il tutto termina con una grave disastro economico».