Molte archiviazioni e poche condanne. Da Maroni e Pisanu fino ad Andreotti e Berlusconi, i casi più noti di cui si è occupata questa sezione speciale della giustizia.
CARLO TERZANO 2.2.2019 www.linkiesta.it
La storia del nostro Paese è costellata da continui scontri tra politica e magistratura. C'è persino chi sostiene che la Prima Repubblica abbia esalato l'ultimo respiro il 29 aprile 1993, giorno in cui il parlamento negò l'autorizzazione a procedere per l'arresto di Bettino Craxi. All'epoca il leader socialista era un semplice deputato: nel suo caso non si mise dunque in moto la farraginosa macchina del Tribunale dei ministri, ma è emblema del fatto che le frizioni tra questi due poteri abbiano plasmato le sorti di governi e intere legislature. Ecco perché l'indagine a carico del ministro dell'Interno Matteo Salvini per il caso Diciotti ha messo in apprensione l'intero esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Iter e precedenti, però, permetterebbero di pronosticare soluzioni favorevoli al'inquilino del Viminale.
MARONI E PISANU: I PRECEDENTI AL VIMINALE
Non solo il Tribunale dei ministri sembra un pantano in cui si arenano le inchieste che riguardano i membri del governo, ma ci sono almeno due precedenti simili che giocano a favore di Salvini. Ai tempi dei respingimenti dei barconi messi in atto dal quarto governo Berlusconi, il ministro dell'Interno Roberto Maroni venne indagato per abuso d'ufficio. Il Tribunale dei ministri, però, considerò il respingimento in acque internazionali di 227 migranti partiti dalla Libia un atto politico che non aveva carattere penale. Ancora prima, nel 2006, un altro inquilino del Viminale, Giuseppe Pisanu, fu indagato sempre per abuso d'ufficio per presunte irregolarità legate al rimpatrio dei clandestini. Fu la stessa procura a chiedere l'archiviazione, motivando che tale condotta rientrasse «nell'ambito dell'esercizio della discrezionalità politica, attività che esorbita dal vaglio della magistratura».
LA LEGGE COSTITUZIONALE DEL 1989
Per diversi esperti, la legge costituzionale 1 del 16 gennaio 1989 con cui si è modificato il meccanismo per procedere a carico dei membri del governo avrebbe un'unica funzione: ostacolare il lavoro degli inquirenti e impedire l'istruzione dei processi, con buona pace dell'articolo 3 della Costituzione, che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. L'articolo 6 comma 2 recita: «Il procuratore della Repubblica, omessa ogni indagine, entro 15 giorni trasmette gli atti [...] dandone immediata comunicazione ai soggetti interessati perché possano presentare memorie o chiedere di essere ascoltati». Insomma, si tagliano le gambe alle inchieste, si elimina ogni pretesa di segretezza mettendo a rischio le indagini stesse e, per di più, si permette ai politici (Giunta per le autorizzazioni a procedere prima, parlamento poi) di fare da filtro.
IL RUOLO DEL PARLAMENTO E I "PALETTI" ALLE INDAGINI
Ma non è sempre stato così: in origine si prevedeva che il parlamento in seduta comune decidesse sulla messa in stato d’accusa del presidente del Consiglio e dei ministri per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni con giudizio sull’accusa e irrogazione di eventuali sanzioni a carico della Corte costituzionale in composizione allargata. Il procedimento, insomma, era identico a quello previsto per il perseguimento dei reati del Capo dello Stato. A monte di tutto la relazione della Commissione bicamerale “inquirente” che lavorava nella più totale segretezza, con facoltà di impedire l'accesso agli atti ai parlamentari stessi che sarebbero stati chiamati a esprimersi sulla procedibilità. Anche all'epoca però l'intento era soffocare ogni indagine sul nascere. Basti pensare che per la deliberazione del parlamento in seduta comune era richiesta la maggioranza assoluta dei voti, con duplice violazione del principio della maggioranza semplice (art. 64. comma 3, Cost.) e dello stesso art. 96 della Costituzione. Tuttavia, se un caso arrivava all'esame della Consulta, la decisione era inappellabile, nel bene e nel male, quindi i membri del governo potevano contare su di un unico grado di giudizio, rispetto ai tre riconosciuti a tutti.
Tribunale Ministri Casi 1
Il tribunale dei ministri è una sezione specializzata del tribunale ordinario competente per i reati commessi dal presidente del Consiglio dei ministri e dai ministri nell'esercizio delle loro funzioni.
IL CASO TANASSI PER LO SCANDALO LOCKHEED
Con la precedente normativa si arrivò persino a una condanna: il primo marzo 1979 la Corte Costituzionale si pronunciò sulle responsabilità penali dell'allora ministro della Difesa Mario Tanassi nell'ambito dell'inchiesta sulla fornitura di 14 aerei C 130 Hercules all'Aeronautica militare da parte della società statunitense Lockheed. La Consulta riconobbe Tanassi «colpevole del reato di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, aggravato» per avere acquistato velivoli costosi e ritenuti inutili. Esattamente 10 anni dopo cambiò la legge con l'apparente motivazione di smontare un sistema che tutelava eccessivamente gli indagati ma, nella realtà dei fatti, si erigeva attorno ai governi un muro di gomma a prova di inchiesta. Nessuno immaginava che da lì a poco il fortino dell'esecutivo sarebbe stato penetrato da Tangentopoli.
TRA APPALTI E MAZZETTE
Il primo a fare i conti con il nuovo sistema fu il ministro ai Lavori pubblici Franco Nicolazzi, condannato per concussione nell'ambito dell'inchiesta “carceri d'oro”, scandalo scoppiato nel marzo 1988 con l'ammissione da parte del titolare della società Codemi, Bruno De Mico, di aver elargito a Nicolazzi 2 miliardi di lire per ottenere gli appalti per i lavori in alcuni istituti di pena e per gli aeroporti di Genova e Venezia. Dopo la condann, il socialdemocratico lasciò la politica attiva. Percorso più accidentato per l'ex ministro della Giustizia Clelio Darida, prosciolto dal Tribunale dei ministri per insussistenza probatoria e poi nel 1993 travolto dall'inchiesta sull'ampliamento della metropolitana di Roma che lo portò perfino in carcere. Riconosciuto innocente, ricevette un risarcimento dal Tesoro di 100 milioni di lire. Più o meno nello stesso periodo il titolare del dicastero della Sanità, Francesco De Lorenzo, dopo 23 giorni di arresti domiciliari, tornò in carcere per decisione del Tribunale dei ministri: fu condannato a cinque anni per associazione a delinquere e corruzione in relazione a tangenti ricevute dalle industrie farmaceutiche.
IL POST MANI PULITE
Tramontata Mani Pulite cessano rinvii a giudizio e condanne, ma non le inchieste: i faldoni sono continuati ad approdare sulle scrivanie dei Tribunali dei ministri, dove però hanno fatto la polvere. Tra i casi che possiamo ricordare, si ipotizzò l'accusa di concussione a carico di Franco Marini per avere, nel 1995 da ministro pro tempore del Lavoro e della previdenza sociale, concesso una serie di prepensionamenti a 365 dipendenti del gruppo di Stato Sme. Secondo i pm ci sarebbe stato, in cambio, l’acquisto da parte dell’azienda di spazi pubblicitari sul settimanale ciellino Il Sabato. La Camera però non diede l'autorizzazione a procedere.
L'EPOCA BERLUSCONIANA
I governi Berlusconi hanno incrociato spesso la strada con i Tribunali dei ministri. Carlo Giovanardi, da ministro per i Rapporti con il parlamento, fu indagato da questa sezione specializzata a seguito di una denuncia del presidente della Regione Basilicata relativa a una sua intervista sul progetto di deposito di scorie nucleari a Scanzano Jonico. Passati 10 anni di quell'indagine non si è saputo più nulla, come ha raccontato lo stesso Giovanardi a Il Giornale, e con ogni probabilità fu archiviata.
LE INCHIESTE SU MATTEOLI
La Camera si mise in mezzo in un'altra inchiesta, che riguardava lo scomparso Altero Matteoli: secondo il teorema accusatorio, da ministro dell'Ambiente, aveva rivelato l'esistenza di atti coperti da segreto d'ufficio in merito alle indagini sul "mostro di Procchio", un complesso nell'isola d'Elba. L'inchiesta si arenò per violazioni procedurali. Rimasto coinvolto, in tempi più recenti, nell'inchiesta sul Mose di Venezia fu lo stesso Matteoli a chiedere al Senato di concedere l'autorizzazione a procedere per difendersi «nel processo» e non «dal processo». In quel caso Palazzo Madama diede l'ok e nel 2017 fu condannato a quattro anni. Poi fu il turno Giulio Tremonti, indagato sulla presunta tangente da 2 milioni e mezzo di euro che per gli inquirenti sarebbe stata pagata da Finmeccanica per avallare l’acquisto dell'americana Drs Technologies. Qui il Senato dichiarò la propria incompetenza, una mossa apparentemente neutrale, con la quale si congelava però l'autorizzazione a procedere.
IL PING PONG SU LUNARDI
Con l’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, accusato di corruzione, la sfida tra parlamento e giudici diventò una vera e propria partita di tennis. Per gli inquirenti Lunardi avrebbe acquistato a prezzo di favore un palazzo di lusso dall’ente religioso Propaganda Fide, che nel mentre incassava dal governo 5 milioni di euro «in assoluta carenza dei presupposti». Per ben quattro volte la richiesta di procedere giunse in parlamento e per quattro volte il venne rigettata.
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LE ARCHIVIAZIONI DI ALFANO, PADOAN E MONTI
In tempi più recenti, sotto la lente del Tribunale dei ministri è finito l’ex ministro dell’Interno e poi degli Esteri Angelino Alfano per il trasferimento di un prefetto che sembrava avere carattere di ritorsione e per il presunto utilizzo improprio di voli di Stato, ma in entrambi i casi non si è proceduto. Archiviate anche le accuse a carico dell’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e dell'ex premier Mario Monti, finiti sotto la lente dei giudici per avere attivato alla procedura per la risoluzione anticipata dei contratti sui derivati di Stato che portò al pagamento a favore di Morgan Stanley & Co. International di 3,1 miliardi di euro.
I CASI ANDREOTTI E BERLUSCONI
E poi c'è chi non è riuscito ad avvalersi di questa guarentigia. Giulio Andreotti provò a giocare la carta del Tribunale dei ministri per sottrarsi allo storico processo di Palermo per associazione mafiosa (che si concluse con la prescrizione fino alla primavera 1980, l’assoluzione per gli anni successivi) ma i giudici riuscirono a fare cadere lo scudo dimostrando che era indagato solo in qualità di capo-corrente della Dc. Vicenda analoga per Silvio Berlusconi quando rimase invischiato nell'affaire Ruby Rubacuori: la Camera votò sul conflitto di attribuzioni sostenendo che la competenza fosse del Tribunale dei ministri in quanto aveva agito da presidente del Consiglio ritenendo genuinamente che si trattasse della nipote di Mubarak, ma la Corte Costituzionale diede ragione alla Procura di Milano, dando così il via al processo. Casi più unici che rari.