Protestano contro il No-Triv che farà chiudere mille aziende e perdere 10mila posti di lavoro. Gli altri Paesi adriatici ci rubano il metano. Il governo di Zagabria indice gare a man bassa, l'Eni ne vince una parte ed è al lavoro mentre non può fare quasi nulla nell' Adriatico italiano.
di Carlo Valentini 5.2.2019 www.italiaoggi.it
Piattaforme per la ricerca di idrocarburi in mare
Le madamin romagnole sono pronte a scendere in piazza a fine febbraio. Se le loro colleghe torinesi criticano il blocco dei cantieri e vogliono la Tav, loro sono contrarie al blocco delle autorizzazioni e vogliono che le trivelle continuino a funzionare. La recessione, dicono, è frutto anche della politica dei No. Contro il provvedimento-compromesso del governo è rivolta, l'hanno definita moratoria temporanea, soluzione trovata tra il No dei 5stelle e il Sì della Lega. Ma bloccare le trivelle, in attesa di eventi imperscrutabili, significa ammazzare un settore tecnologicamente avanzato in cui l'Italia è leader (vedi ItaliaOggi del 9 gennaio) e condannare alla disoccupazione alcune migliaia di lavoratori. «Dalla spiaggia», dice Laura Casadei, una delle madamin, «vediamo le trivelle croate andare a pieno regime e creare ricchezza mentre quelle italiane rischiano di fermarsi. Lo stesso copione del fermo pesca. Le nostre barche non vanno in mare e compriamo il pesce dai croati che continuano a pescare».
Il governo di Zagabria sta indicendo gare a man bassa, l'Eni ne vince una parte ed è già al lavoro mentre non può fare quasi nulla nel mare Adriatico italiano. Ciò che è incredibile è quanto avviene nei giacimenti di metano al confine del nostro mare con Croazia, Slovenia, Montenegro, Albania. Li regaliamo ai dirimpettai. Infatti chi arriva prima si prende tutto, secondo un effetto-granita: la prima cannuccia che arriva al fondo succhia tutto lo sciroppo. Così il Paese, malato di ideologismo, si ritrova cornuto e bastonato.
Aggiunge la madamin-assessora alle Attività produttive della Regione Emilia-Romagna, Palma Costi: «Il governo deve valutare bene se consentire al territorio di attuare una propria strategia o accollarsi la responsabilità e i costi sociali dello stato di crisi del settore. Anche un Paese attento all'ambiente come la Norvegia continua a trivellare ed estrarre petrolio senza problemi».
Il comparto conta quasi 1.000 imprese con circa 10mila lavoratori oltre a decine di migliaia dell'indotto, a Ravenna rappresenta il 29% dell'occupazione complessiva. Il fronte Sì Triv è compatto e la richiesta di un incontro urgente al presidente del Consiglio e al ministro dello Sviluppo economico ha tra i primi firmatari Confindustria e i tre sindacati: «Esprimiamo preoccupazione», è scritto nella lettera, «per le ricadute negative che il provvedimento di sospensione produrrà in termini di riduzione della produzione nazionale, in un settore strategico per gli interessi del Paese e di aumento della dipendenza energetica. Le imprese che operano nel settore stanno lavorando per conciliare sempre di più l'attività industriale con il rispetto delle procedure di salvaguardia ambientale, adottando tutte quelle forme di prevenzione che hanno consentito una sana convivenza dell'industria con attività diverse quali ad esempio la pesca, lo sviluppo del turismo e il benessere delle comunità in generale»
Il primo dissenso pubblico sarà quello di oggi. Il sindaco e presidente della Provincia di Ravenna, Michele de Pascale, ha convocato un'assemblea invitando a partecipare «tutti coloro che a qualsiasi titolo fanno parte del comparto delle estrazioni per condividere, coordinare e programmare le azioni da intraprendere a sostegno del settore e dei lavoratori»
Il sindaco della città, che è la capitale del distretto dell'offshore, ha un diavolo per capello. Qui è avvenuto il dramma del crack Ferruzzi, adesso potrebbe arrivare quello della cancellazione dell'intero settore delle trivellazioni. Dice: «Il 25 gennaio il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha dichiarato: «Più saggio dedicarsi a energie rinnovabili». Due giorni dopo, il 27 gennaio, si è recato trionfante ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, plaudendo giustamente ad un accordo dell'Eni per un mega progetto offshore di estrazione di gas. Questi traguardi che Eni ha ottenuto in tutto il mondo sono il risultato di una sperimentazione e di un'esperienza che si svolge nel nostro mare Adriatico dagli anni Sessanta. Le parole di Conte, volendo escludere la malafede, denotano un'assenza di strategia rispetto alle politiche energetiche del nostro Paese, colpendo a morte l'attività estrattiva in Italia, per altro senza nessun progetto strutturale per incentivare le fonti rinnovabili, ma semplicemente sostituendo il gas italiano con una maggiore importazione di gas dai Paesi confinanti a prezzi più alti e con più inquinamento».
C'è dell'altro, la moratoria di 18 mesi costerà un bel po' di milioni. È scritto nella relazione del provvedimento legislativo: «Si potrebbero generare possibili richieste di risarcimento o indennizzo che gli operatori colpiti dagli effetti della moratoria potrebbero eventualmente chiedere, da un minimo di 282,4 milioni a un massimo di 470,7 milioni di euro».
La pressione sul governo sarà risoluta. Oltre all'assemblea di oggi e alla manifestazione nazionale a Ravenna a fine mese, il 9 febbraio, in occasione dell'iniziativa sindacate anti-manovra a Roma da qui arriveranno pullman di manifestati coi caschi gialli. Cioè i lavoratori del settore energia e dell'indotto avranno un elmetto d'ordinanza ben calcato sulla testa e saranno tra i protagonisti della mobilitazione di sabato prossimo.
I caschi gialli sottolineano le divisioni nel governo. Secondo il viceministro all'Economia, il leghista Massimo Garavaglia: «Il ministro all'Ambiente, Sergio Costa, deve fare il ministro, non quello che vuole lui. Ci sono atti obbligatori, un iter in corso, è una questione amministrativa, non di scelta politica». Ma Costa ribatte: «Mi dimetto piuttosto che dare il via libera alle trivelle».
Intanto il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, minaccia anche la guerra giudiziaria: «Lavoro a un accordo col governo perciò mi pare prematuro ragionare di un ricorso alla Consulta, che pure non escludo se non raggiungeremo risultati».
Carlo Valentini Twitter: @cavalent