Come è potuta accadere la presa di potere di un ceto di incapaci che spaccia il suo dominio per bene del popolo
di Alessandro Dal Lago 5.2. 2019 www.ilfoglio.it
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Come è possibile essere governati da Salvini, Di Maio, Bonafede, Toninelli e compagnia gialloverde? Come è possibile che gente incapace di esercitare una professione normale governi un paese di sessanta milioni di abitanti? Come è possibile che il goliardo terzomondista Di Battista sia trattato da gran parte della stampa come un leader autorevole? Se si ha un po’ di memoria storica e si confrontano i politici di oggi con quelli, diciamo, di quarant’anni fa, non si può non provare una sensazione di decadenza fatale, anzi di vertiginosa discesa verso il baratro. Un Moro o un Berlinguer erano modelli di governanti dotati di un’autorità indiscutibile e anche, in un certo senso, di sacralità. E questa, a sua volta, discendeva dalla serietà assoluta della loro vita privata e pubblica. Erano politici rispettati perché rispettavano i cittadini e gli elettori. Nessuno di loro, persino ai tempi duri della lotta armata, avrebbe dato vita all’orrida pantomima di Salvini e Bonafede all’arrivo di Cesare Battisti.
La risposta più plausibile alle domande iniziali è che è successo qualcosa, negli ultimi decenni, di cui solo ora iniziamo ad avvertire le conseguenze irreversibili. Non tanto e non solo il declino del ceto politico, che ovviamente non si limita all’Italia, ma qualcos’altro. Chiamiamo questo qualcosa la democratizzazione al tempo radicale e virtuale dell’opinione pubblica. Tanto per capirci, il passaggio dal modello “sezione di partito” a quello “bar sotto casa”. Nel modello sezione di partito, cittadini informati, se non altro dalla stampa di parte o da quella considerata autorevole, si riunivano per condividere, e talvolta modificare, le scelte politiche di una dirigenza di partito. Nel modello bar sotto casa, chiunque ha la pretesa di esprimersi sulle questioni pubbliche per il solo fatto di esistere come utente di internet e dei social media, che oggi rappresentano i bar sotto casa globali e virtuali. Se ci si pensa, Salvini, Di Maio, Fico, Di Battista, Bonafede, Giorgetti, Garavaglia, ecc. corrispondono, in quanto tipi sociali, alle maschere abituali del bar sotto casa (o del bar sport): l’ultrà che vuole legge e ordine, l’impiegato modello, il brav’uomo della porta accanto, il fricchettone, il leguleio, il commercialista, il ragiunatt…
In altri termini, questi politici sono del tutto permutabili, al di là della voglia e della capacità di emergere, con i loro elettori, sono i loro elettori. Più ancora della Lega, partito della piccola azienda e della parrocchia, il M5s ha portato l’uomo della strada qualsiasi, il frequentatore sconosciuto del bar sotto casa, a rappresentare se stesso in Parlamento. Caratteristici delle conversazioni o discussioni da bar sono il complottismo, l’antisemitismo (i protocolli dei Savi di Sion rispolverati da Lannutti!), i luoghi comuni paranoici (l’invasione degli immigrati, i “taxi del mare”), il giustizialismo, l’ossessione punitiva, la polemica sui privilegi delle élite e così via – che periodicamente grillini e leghisti rispolverano come se ne andasse della loro identità. E tipica del frequentatore del bar, locale o globale, reale o virtuale, è la pretesa di essere competenti su qualsiasi questione di pubblico interesse. Conferma paradossale e peggiorativa della profezia di Lenin, secondo cui anche una cuoca avrebbe potuto dirigere uno stato. Al governo non ci sono cuoche, ahimè, ma ci sono Di Maio, Toninelli e Giulia Grillo.
Tutto ciò potrebbe sembrare folklore, se non celasse un aspetto sinistro e potenzialmente dispotico. Per apprezzarlo, bisogna tornare alle fonti del pensiero politico occidentale. Verso la metà del XVI secolo, con la formula “Servitù volontaria”, l’umanista Étienne de la Boétie, amico di Montaigne, definiva il fenomeno per cui uomini liberi si mettevano, senza alcuna costrizione, al servizio dei potenti. Ma, al di là della felicità della formula, si tratta dello stesso meccanismo con cui Hobbes e Rousseau giustificano il potere moderno. Per Hobbes, era la paura della guerra civile, il bisogno di sicurezza, a spingere gli individui a cedere al sovrano la propria libertà. Nella sua autobiografia in latino, Vita carmine expressa, Hobbes ricorda di essere nato all’insegna della paura, quando la madre lo partorì prematuramente alla notizia dell’arrivo in Inghilterra dell’Invincibile armata spagnola: “E fu così che la mia cara madre / partorì due gemelli, me e la paura”. Per Rousseau, invece, i cittadini alienavano liberamente i propri diritti esclusivi a favore della “volontà generale”, insomma di un bene comune. Si noti che per Rousseau i cittadini non si auto-governano, non avendone la capacità (“La moltitudine è cieca”), ma eleggono i migliori di loro perché amministrino la cosa pubblica. In fondo Rousseau è più ambiguo di Hobbes, perché fonda il governo di pochi sulla libertà e il consenso e non sulla pura e semplice paura del conflitto. Insomma, per Rousseau, i molti devono legittimare i pochi. Questa, sfrondata dalle chiacchiere sulla democrazia diretta, è l’idea di governo dei Casaleggio, Sr e Jr. Dietro l’apparenza della trasparenza, dell’onestà, delle consultazioni online c’è la realtà di registi occulti che governano il movimento, il Parlamento e quindi l’intera società.
Se Hobbes e Rousseau cercano di rispondere al “perché”, la scienza politica e sociale italo-tedesca tra Otto e Novecento (Pareto, Mosca, Michels, Weber, Von Wiese, ma anche Gramsci ecc.) si occupano di “come” i pochi governino i molti. La teoria di Pareto, secondo cui sono i “migliori” a governare in ogni campo non sembra accettabile (basta pensare, appunto, a Salvini, Di Maio e soci). Più convincente è l’idea, di Mosca e Weber, che elezioni e Parlamento servano a selezionare le élite dirigenti che, ovviamente, cambiano a seconda del vento politico. Ma dalle élite non si scappa. Persino Hannah Arendt, la teorica politica più libertaria del XX secolo, vedeva nella democrazia dal basso un faro del pensiero politico, ma riteneva anche che si fosse incarnata solo in realtà sporadiche, limitate e transitorie. Dopotutto, la celebre democrazia ateniese del V secolo a. C. non solo escludeva meteci, donne e schiavi, ma, nel momento di massimo fulgore, era guidata dalla regìa sapiente del nobile Pericle.
Una società complessa non può auto-governarsi. La possibilità di limitare l’inevitabile tendenza al dispotismo dei governanti è nel pluralismo non solo dei poteri, ma delle élite. E quindi nel loro ricambio. La cosiddetta modernità ha limitato il ruolo delle élite ascrittive, tali cioè per diritto di nascita, ma ha favorito, almeno in teoria, la moltiplicazione di quelle acquisitive – in ogni campo, economia, educazione, cultura e ovviamente amministrazione della cosa pubblica. La teoria classica delle élite può sembrare cinica, ma è sostanzialmente descrittiva, cerca di raffigurare le cose come sono. E quindi non può che essere detestata dagli alfieri del “cambiamento”, i quali si propongono a parole di abbattere le élite tradizionali solo perché vogliono governare al loro posto.
Leghisti e grillini sono la nuova élite del potere. Che i primi amino farsi raffigurare tra grigliate e salamelle e i secondi esibiscano un’incompetenza a prova di bomba (penso non solo ai ministri ma alle sindache di due città importanti come Torino e Roma), che insomma si travestano da “popolo” per mascherare il fatto che sono i pochi che governano i molti, ricorrendo ai classici strumenti del dispotismo, l’imbonimento e la paura, tutto ciò non cambia i termini della questione. Sono la nuova élite del potere. Sul loro carro, di conseguenza, saltano tutti quelli che odiano le vecchie élite perché non hanno ottenuto da quelle il dovuto riconoscimento. Un circo che comprende personaggi del Grande Fratello, ballerine, giornalisti assatanati, filosofi da bar, economisti auto-nominatisi tali, ex situazionisti divenuti manager televisivi – e ovviamente tutti quegli impiegati, professori di liceo, informatici e studenti fuori corso a cui Lega e soprattutto M5s hanno dato la possibilità di entrare in Parlamento con i relativi privilegi. Un’élite abbastanza abietta, perché nega di essere tale, mentre si fa applaudire dal popolo del nord e del sud, convinto che quella lo governi in suo nome. Per dirla con Karl Kraus si tratta in definitiva di quegli “agitatori che fanno credere al popolo di essere stupidi come lui, perché quello si illuda di essere intelligente come loro”.
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corso05 Febbraio 2019 - 17:05
è vero ma anche loro faranno la fine di quelli che li hanno preceduti, una fine ancora più ingloriosa di quella degli altri, perchè come tutti quelli che li hanno preceduti hanno iniziato a raccontare la storiella che va tutto bene e che stanno tutti bene, che non ci sono più i poveri ecc ecc ecc. Prima poi anche gli stupidi si renderanno conto che continuano ad essere poveri
RispondiGianni2703 05 Febbraio 2019 - 16:04
Piercamillo Davigo, magistrato di ferro non esattamente simpatico, spiegò bene la differenza tra "rappresentanza" (i politici) e "competenza" (èer es un chirurgo che ci opera al cuore). Ecco: Fico, Di Battista, Di Maio, Toninelli & Co non sono um "Frankestein" come dice il lettore precedente, ma "rappresentanti" non diversificati della nostra attuale Società Civile. Appunto, l'amico del bar con cultura da terza media "obbligatoria" (ovverp del tutti promossi) che è passato dalla birrozza alle ovattate aule del Parlamento, restando quello che è, uguale a quello che siamo noi tutti, ne avrebbe potuto in alcun modo fare altrimenti al suo livello. La Raggi a Roma ha avuto mi pare il 65% dei consensi, ed il cosidetto Governo mantiene saldo il suo 58 o 60%. Le Società civili hanno una "resilienza" da fare paura , e noi non siamo così lontani dal Venezuela. Per liberarci dai nostri "Maduros" dovremo (forse) fare come loro sono ormai pronti a fare. Con l'aiuto di chi? Da soli la vedo dura.
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 05 Febbraio 2019 - 16:04
Si chiede: “Come è potuta accadere la presa di potere di un ceto di incapaci che spaccia il suo dominio per bene del popolo”? Ci si dovrebbe chiedere: “Cosa ci si poteve aspettare se non l’implosione di un sistema di rappresentanza che si è si è auto-alimentato (massimamente dalla “rivoluzione” sessantottina in poi) della perpetua acquiescenza alla “domanda infinita di autodeterminazione” dei rappresentati (così sostanziando quella “democrazia del narcisismo” della quale ha di recente scritto Giovanni Orsina)? E, queste “èlite da bar”, non sono esse stesse il fatale prodotto di quel sistema di consenso? E, nel contempo, non rappresentano anche l’estrema risposta, sovente anche contraddittoria ma non per questo necessariamente insana, alla superfetazione di diritti che ha sostituito al senso comune quel “politicamente corretto” con i suoi i grotteschi (e, parimenti contraddittori) esiti?
Rispondicarlo.trinchi 05 Febbraio 2019 - 16:04
Questi articoli colti, pieni di citazioni non chiudono sul che fare. Restano in un limbo che più che trovare soluzioni si incartano su se stessi e le loro dotte letture. Non basta, le cause dello sfascio le conosciamo ed i Berlunguer ed i Moro non aiutano. Uno era un comunista che rincorreva l’araba fenice, l’altro un democristiano che correva sulle convergenze parallele. Nel mentre l’inflazione era a due zeri ed il debito correva sui milioni di milioni quando i milioni erano milioni. Lenin torno’ in Russia su un treno tedesco, il resto lo conosciamo. Il nostro di passato ci aiuta a vedere lo sfascio in cui siamo ma non ci aiuta a vedere come uscirne ed in momenti di degenerazione, degenerazione vera, quella fede che avevamo abbandonato torna come ultima spiaggia, in attesa che qualcono, elencando le cause, ci dica pure come uscirne. Altrimenti è la fine ma fine vera.
Rispondigsamico 05 Febbraio 2019 - 15:03
Penso che le persone dovrebbero nuovamente essere educate a votare e non trincerarsi dietro assenteismo o schede bianche. Questo governo é il frutto dell'assenza di molti alle urne, di tutti coloro che credono ancora nella politica ma non trovano tra i candidati quelli che li possano correttamente rappresentare. Non ho ricette, ma portare di nuovo la politica, la buona poilitica, nelle case degli Italiani mi pare dovrebbe essere l'obiettivo da raggiungere. Sostituendo alle becere trasmissioni di chiacchiere e urlate contrapposizioni, trasmissioni più serie ed articolate dove si possa discutere di programmi e risultati.
RispondiAndrew 05 Febbraio 2019 - 15:03
Se al Governo qualcuno pensa di interpretare l’uscita di Savona come la soluzione ad un problema d’ingombro, sbaglia di grosso. L’addio del ministro dovrebbe, al contrario, essere vissuto alla stregua di una grave perdita, visto che la qualità intellettuale di Savona concorreva a dare respiro ad un Esecutivo che, al netto di qualche lodevole eccezione, di spessore non ne ha tantissimo. D’altro canto, per chi è nostalgico delle interazioni generate dalla politica novecentesca l’idea della presenza di un grande vecchio a vigilare su una combriccola di sbarbatelli non sarebbe un’eresia. È ipotizzabile che non tutti festeggeranno l’uscita di Paolo Savona e, forse, qualcuno dovrà dolersi per l’accaduto. A lume di naso penso che a mettere il broncio saranno i leghisti. E se costoro versassero qualche lacrima sull’addio nella consapevolezza di aver fatto una cavolata a non trattenerlo adesso che in Europa le cose potrebbero cambiare, farebbero la cosa giusta.
Rispondimario.patrizio 05 Febbraio 2019 - 13:01
L'irresponsabilità è nata nel sistema riversandosi nella società o da questa il contagio si è estesa alle élite, vecchie e nuove? Il grillismo è un Frankenstein che mixa Fico e Di Battista, Di Maio Toninelli e Castelli per esser tutto, maggioranza e opposizione. Fanno politica non solo come sanno ma, soprattutto, inconsapevoli di dover rendere conto a qualcuno oltre che al futuro, di fronte alle platee di cui sono specchio. La domanda è quanto durerà questa storia?, per quanto ancora l'enfasi della comunicazione sarà sostanza politica, non potendo contare sulla resipiscenza degli elettori e senza una opposizione?
Rispondistudio.falco 05 Febbraio 2019 - 16:04
I veri giornalisti dovrebbero smascherarli. Inchiodarli alle loro insufficienze. Purtroppo una larga parte del sistema mediatico gli aveva lisciato il pelo contribuendo così a generare il "mostro". Adesso qualcosa si muove. Ma è ancora poco.