Sciascia era di sinistra e a sinistra votava: ma era diverso e altro rispetto alla sinistra d'allora e soprattutto di oggi

Categoria: Italia

«Tutti uguali voi comunisti, il partito viene prima della verità e dell'amicizia».

di Antonino D'Anna, 22.6.2019 www.italiaoggi.it

Leonardo Sciascia, scrive Gianfranco Morra su ItaliaOggi del 20 giugno, era di sinistra e su questo non ci piove. Non so fino a che punto lo si possa definire come sinistra radicale: ricordo una discussione con mio padre, bagherese e siciliano come lo scrittore di Racalmuto e suo accanito lettore (e peraltro mio padre non votava a destra), un quarto di secolo fa: «Di Sciascia non hanno capito niente», disse lui. «La sinistra per un po' se lo portò in trionfo, specie i comunisti. Ma non avevano capito niente: Sciascia prima di tutto era un siciliano. E quello che faceva e diceva lo diceva e faceva da siciliano. Se non si capisce questo, non si capisce Sciascia». Ed è vero: quando Sciascia dice che la Sicilia gli appare come metafora del mondo, quando parla della linea della palma e della sua risalita verso Nord 500 metri all'anno, quando esordisce parlando di Salvatore Quasimodo ricordando con lui che: «La mia terra è dai fiumi stretta al mare», del concetto di sicilianità contro sicilitudine, allora le cose cambiano.

E che il rapporto con comunisti, che lo vollero in consiglio comunale a Palermo nel 1975 come indipendente, si possa riassumere in quel «se lo portarono in trionfo», è forse indicativo dell'individuo, della sua libertà di pensiero e azione. Sciascia aveva un grande amico nel bagherese Renato Guttuso, a sua volta dirigente Pci. Quando, dopo un incontro con Enrico Berlinguer, scrisse che secondo quest'ultimo Kgb e Cia volevano Aldo Moro morto, l'allora segretario del Pci sconfessò tutto. Sciascia chiamò a testimone delle parole di Berlinguer proprio Guttuso, il quale smentì recisamente le parole di Sciascia. Per l'amicizia, intesa nel senso siciliano della parola, un'offesa mortale. I due si separarono e ad Andrea Camilleri, che litigò con lui su questa vicenda, disse: «Tutti uguali voi comunisti, il partito viene prima della verità e dell'amicizia». Uno sfregio insopportabile.

Allo stesso modo si può spiegare il rapporto coi radicali. A Sciascia interessava prima di tutto fare luce sul mistero di Moro, sull'affaire Moro attorno al quale aveva scritto a botta calda, nel '78, il pamphlet omonimo. L'unico, in una commissione d'inchiesta tutta politica, a fare una seria inchiesta poliziesca sull'omicidio di cinque uomini in Via Fani e la morte di un sesto (vedasi le osservazioni sulla famosa seduta spiritica di Romano Prodi e Via Gradoli). L'unico che di tutto questo fece letteratura e ne parlò ad un Paese ancora frastornato.

Sì, insomma, Sciascia era di sinistra e a sinistra votava: ma era diverso, era «altro» rispetto alla sinistra com'era allora e come la vediamo oggi. Faceva reparto a sé. Per questo rinchiuderlo in questa categoria mi sembra di sminuirlo, accomunarlo al milieu intellettuale rosso Pci-Pds-Ds-Pd specie dei giorni nostri mi sembra ingiusto. Resta un fatto, vergognoso: a fronte della produzione dello scrittore siciliano, sei studenti su dieci non lo hanno mai studiato. Ed è noioso, su questo Morra ha ragione da vendere, indicare i soliti noti con le solite idee ai ragazzi. Ma ahimè sappiamo chi ha avuto in mano scuola e cultura italiane negli ultimi 70 anni...

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