Di Maio dall'ambasciatore Usa

Categoria: Italia

Sul piano internazionale Salvini ha fatto troppi pasticci

di Domenico Cacopardo 29.7.2019 www.italiaoggi.it

Le cronache di mercoledì (vertice Di Maio-Salvini) e di giovedì sono, in fin dei conti da calma piatta. Le acque tra di due partiti di governo e con il premier Conte si agitano all'interno di temi, di prospettive e di non-decisioni tutte rivolte alla continuazione di un navigare a vista e a una gestione basica della dialettica politica (dichiarazione, controdichiarazione, informazione contro informazione, polemica, rasserenamenti). Tuttavia, c'è stato un fatto che, nel clima preferiale, si stacca dalla cronaca e assume un doppio, triplo significato, che non è né sarà indifferente per il futuro del governo giallo-verde, a meno di non prevedibili (per insensibilità dei responsabili) correzioni di rotta. Un significato che riguarda certo i 5Stelle, ma soprattutto il dilagante partner di governo, la Lega.

Ci riferiamo al «lunch» di Villa Taverna (sede di rappresentanza Usa). Lewis Eisenberg, ambasciatore (a capo dell'Autorità portuale di New York e del New Jersey al momento dell'attacco dell'11 settembre 2001), ha invitato alla sua tavola Luigi Di Maio, leader dei 5Stelle. Come è facile immaginare non è un evento casuale, ma si tratta di un passo meditato, concordato con Washington, i cui effetti diretti e indiretti sono stati attentamente valutati. Un impegno di attenzione nei confronti del mondo a 5Stelle, attualmente senza padre né madre a livello internazionale. Anche se, con la regia di Giuseppe Conte, i grillini hanno votato per Ursula von der Leyen, determinando il risultato favorevole alla stessa con l'assunzione dell'incarico di presidente della Commissione europea, nel parlamento di Strasburgo, essi sono del tutto isolati: nessuno dei gruppi costituiti li ha voluti ammettere, lasciandoli nel limbo di coloro che non possono aspirare ad alcun incarico (parlamentare). Salvo qualche riconoscimento marginale, più per benevolenza e indulgenza degli stessi Pd che per propria forza.

Nel contempo, mentre Di Maio e suoi versano in un'ennesima crisi esistenziale e politica (caso Tav Torino-Lione), l'alleato di governo è alla ribalta delle cronache per un eccesso di esposizione comunicazionale sul piano delle relazioni estere. Anche perché a guardar bene, quest'alleato non ha avuto dubbi nell'adottare una sistemica, antica quanto la penisola, presenza sui tavoli di discussione, anche i più contraddittori, con l'illusione, tutta italiana e tutta provincia italiana, che nessuno se ne potesse accorgere. Pensiamo alla partita doppia giocata con Usa e Russia e con l'Iran, su un terreno delicatissimo, quello della presenza operativa in Italia della compagnia Mahan Air, specializzata in trasporti di truppe e armi in Siria, strumento evidente della politica dei pasdaran e del governo di Teheran. La compagnia è già da tempo in black list Usa e basta fare un giro su Google per capire cosa significhi esserci e, per gli stati e le compagnie, essere giudicati complici di soggetti condannati all'esclusione dalle transazioni con il mondo occidentale.

Questo molteplice binario è la pietra dello scandalo sul piano internazionale. Basta un sospetto, per creare una barriera quasi insuperabile nei rapporti con Washington. Se aggiungiamo l'infelice esito della visita americana di Matteo Salvini, possiamo capire meglio (e se fossimo leghisti, preoccuparci). Prima di tutto, è possibile e logico che nelle indiscrezioni sulle attività non ancora dichiarate illecite di Savoini e D'Amico ci sia lo zampino dei servizi segreti francesi (e perché no tedeschi o britannici) e di quelli americani. Certo, sin qui non c'è alcuna pistola fumante, ma se fossimo in Salvini inizieremmo a lavorare con circospezione, evitando di sfidare gli altri, tutti gli altri, sul terreno degli interessi comuni. Non è detto, infatti, che non ci siano sotto il tappeto per superficialità varie (già manifestatesi) elementi compromettenti o, comunque, di difficile spiegazione.

Ricordiamo brevemente che, all'esordio di questo governo, un anno fa, era stata ventilata e magnificata l'idea di una lega infraeuropea dei paesi sovranisti. Un'idea spazzata rapidamente via proprio dagli altri sovranisti: un'alleanza tra partiti di questo genere è contraria alla loro natura. Ed è quindi evidente che l'Austria e l'Ungheria, allo stringere, dopo i complimenti di rito al capitano leghista, serrino bene le serrature delle loro porte politiche, lasciando i leghisti soli col cerino in mano. Si dice che Salvini non abbia potuto raccogliere il risultato del lavorio di Conte a favore della Von der Leyen votando per lei, perché, dopo l'assenso alla prosecuzione delle sanzioni alla Russia, era necessario un segno rassicurante verso il presidente Putin. Sarà vero o no, rimane comunque la sensazione che alcune decisioni italiane, tutte italiane, finiscano per essere condizionate dall'«amico russo», e dalla necessità di non urtarlo oltre.

Ancora una volta, come accadde nel dopoguerra (e ricordiamoci che i principi di Yalta sono, in definitiva, vigenti, anche se l'Occidente ha tentato di buttarli nella spazzatura con la politica Bush-Obama di aggregazione di paesi dell'exblocco sovietico all'area Nato) i confini sono tracciati e per sempre, almeno finché Usa e Russia saranno potenze di primo piano e dominanti rispetto ai rapporti infraeuropei. L'Italia non è l'Ucraina, con tutto il rispetto dell'Ucraina, e non può cambiare campo, anche se il 99% degli italiani eleggesse un parlamento antiamericano e antieuropeo. Di queste esigenze Usa occorre tenere conto, sapendo bene che l'Ue, nei limiti definiti di autonomia politica, è un soggetto un po' libero, nel cui ambito è possibile suscitare politiche relativamente indipendenti.

E qui c'è l'ultima questione. La politica è realismo. E il realismo vuole che l'Unione è a direzione franco-tedesca. Può non piacerci Emmanuel Macron, possiamo considerarlo un mascalzone, una iattura per il continente, o Angela Merkel, ma dobbiamo capire che è con essi che dobbiamo fare i conti. Isolandoci non guadagniamo un punto anzi perdiamo le posizioni un tempo nostre. E se avessimo al governo persone prive di complessi di inferiorità e di incertezze, avremmo ogni giorno la possibilità di giocare la nostra partita di nazione di serie A, autoretrocessasi in serie B, entrando nel merito (ma bisogna studiarsi i dossier) in modo da diventare determinanti mediante una spregiudicata politica di alleanze politiche infraeuropee.

Tutto questo non accadrà, benché l'Amministrazione americana invitando a pranzo Luigi Di Maio e pubblicizzando l'evento abbia in definitiva inviato un forte segnale alla Lega. L'idea che il fattore esterno non determini il fattore interno è primitiva e frutto di non conoscenza della storia e dei suoi meccanismi. Ci sarà a via Bellerio qualcuno che rifletterà sul complesso delle questioni estere in ballo individuando una linea di non rottura, ma di ingresso pieno e propositivo degli italiani? Intorno a questo interrogativo (all'interno del quale si colloca l'insperato sostegno di Mario Draghi) si giocano i prossimi mesi e il futuro del governo giallo-verde. Ricordando che il pranzo di mercoledì costituisce un'inattesa e importante boccata di ossigeno per i grillini in crisi terminale. Vorrà pur dire qualcosa.

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