I sicari del riformismo costituzionale

Governi limitati con capacità di incidenza ristretta: ma come volete che cambi qualcosa?

di Giuliano Ferrara 9.10. 2019 ilfoglio.it

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Ora ci lamentiamo perché la legge di Bilancio si profila modesta, non si vedono scelte riformatrici coraggiose, in una direzione o nell’altra, il taglio delle tasse è insufficiente e non strategico, il contenimento della spesa pubblica improduttiva è come sempre rinviato a una spending review declinata al futuro, si riparla di ticket sanitari, e i ricchi piangono e poi non piangono più, e l’Iva non si tocca ma forse si rimodula, e il deficit come al solito è un numero un po’ italiano un po’ europeo, e ciascuno avanza la propria parte per rivendicare, intitolarsi, il merito di scelte negoziate in vertici notturni, tu fai il fenomeno e io ti dissuado, nulla davvero cambia, la regola è il già visto, già sentito. E come potrebbe essere altrimenti? A parte Monti, che mise tasse immobiliari decise e riformò la spesa pensionistica per evitare l’impantanamento greco, ma quello era un governo d’emergenza del presidente e di Bruxelles e della Bocconi, politicamente irresponsabile, infine dannato anche nella memoria di un paese immemore, a parte Monti, dicevo, sono secoli che le finanziarie o leggi di Bilancio si susseguono e sembrano tutte avvolte dalla nebbia. Sono secoli che l’Italia appare appesa a quel momento fatale, tra minacce di procedure d’infrazione e negoziati flessibili, momento che poi si affloscia invariabilmente, chiunque sia al timone.

I partiti hanno smesso di fare debito nei primissimi anni Novanta, poi governi tecnici o berlusconiani o ulivisti o renziani o del contratto o del trasformismo sono sembrati e sembrano, fino a oggi, accomunati da un unico destino: pasticciare con cifre e atti simbolici, chi più chi meno bene, con toni altisonanti e progetti significativi o rintuzzati nella modestia delle solite abitudini, ma senza vere svolte, senza autonomia del politico, in corrispondenza con fasi alterne della spirale di crescita e poi di crisi dell’Europa e dell’economia mondiale, tariffe o non tariffe, export o non export, Germania o non Germania.

Intanto siamo entrati nell’euro, arrancando, ne stavamo mezzo uscendo, ma per finta, poi abbiamo curato parzialmente alcuni mali e altri ne abbiamo aggravati. Ci sarà comunque un motivo se le finanziarie d’autunno sono sempre un’ordalia annunciata, una macelleria sociale oppure una distribuzione di benefici a pioggia, e poi regolarmente si risolvono in un quieto vivere, in una composizione di misure moderate, zoppicanti, fiato corto, che non accontentano nessuno e nessuno scontentano. Anche i commenti sono più o meno sempre gli stessi. I rischi si scongiurano, non si assumono, e le scommesse sono puntate deboli, nelle quali non credono gli scommettitori per primi. La nave galleggia e va, polemiche sulla scia della rotta obbligata, si può sempre dire tutto e il contrario di tutto, lo scarico delle responsabilità è il gioco preferito, e se ne riparla il prossimo autunno dopo una tiritera di nuovi numeri dell’Istat, valutazioni del servizio studi della Confindustria, della Cgil, dell’Inps, della Camera dei deputati.

Ci sarà un motivo. In questi secoli è accaduto che “riformismo costituzionale” è divenuto, come diceva Cofferati del riformismo in sé, una formula malata. Un vero maggioritario non lo abbiamo costruito nemmeno quando era possibile. Anche gli uomini soli al comando, metafora iperbolica e ridicola invalsa dai primi anni Novanta in poi, hanno dovuto combattere con le ferree logiche dei governi di coalizione, appoggiati sul 25 per cento di proporzionale mai rimosso, sulle continue minacce di ribaltoni, e poi sul 75 per cento dopo la controriforma della Corte costituzionale e seguenti, per non parlare delle accozzaglie: la proto-accozzaglia sbaragliò il riformismo costituzionale solo minacciato di un Craxi, la seconda quello di Berlusconi e del centrodestra al potere, la terza quello del dittatore Renzi che voleva monocameralismo e ballottaggio, e le ultime due volte via referendum popolare. Ma se non vogliamo cambiare niente della natura del sistema istituzionale, e ci limitiamo a aggiornamenti ideologici che risultano forti nelle intenzioni e aspirazioni e deboli nell’esecuzione, addirittura esornativi (berlusconismo, ulivismo, populismo, trucismo) senza conseguenze serie sul modo di funzionamento del potere, mi spiegate come volete che cambi qualcosa? Se l’orizzonte dei governi è limitato, la capacità di incidenza ristretta, l’intermediazione regina, se viviamo in questa colossale burla che è un sistema di partiti senza i partiti, se pratichiamo il trasformismo sotto confessate e mentite spoglie, meglio quelle confessate e ragionevolmente accucchiate, alla fine dovremo pure accontentarci della modestia dei risultati: pretendere leggi di Bilancio chiare prodotte da sistemi decisionali nebbiosi è una di quelle impossibilità alle quali nessuno è tenuto.

Commenti

antonioz

10 Ottobre 2019 - 14:02

in quale città vendono scontrini in nero per partecipare all'estrazione? 3 scontrini da 1 centesimo l'uno, venduti per un euro :)

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09 Ottobre 2019 - 16:04

Analisi di due secoli fa. “L’italiano medio e l’Italia si sono trasformati, a giudizio di Leopardi, nella realtà storica più cinica e sprezzante dei valori morali, tanto nella teoria quanto – e questo è più importante – nella pratica, entro il complesso panorama europeo. Manca all’Italia l’ultimo genere di legame sociale, quello che non sparisce neppure dopo l’indebolimento dei più solidi valori (la religione, la gloria, l’idea della patria), legame del quale si avvalgono Paesi come la Francia, l’Inghilterra e la Germania; manca in Italia la società intesa in senso stretto, che Leopardi chiama società stretta.” Cioè cosciente del valore del bene comune. Appunto: cosa volete tirar fuori da un diffuso, prevalente sentire, egoisticamente legato a triti interessi personali e di categoria?

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