Salvini in aria. . L’affondo a Conte non va, il Russiagate è un autogol, le urla non si sentono più. Indagine sul buco nero del Capitano

Categoria: Italia

Non trova la sfera, l’idea, l’oggetto fisso che possa nutrire e riattivare la sua perenne e un tempo straordinaria campagna elettorale

di Salvatore Merlo 12 Ottobre 2019 ilfoglio.it

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Roma. La monnezza di Roma e le dimissioni della Raggi, la legge elettorale e le firme per il maggioritario, la denuncia di Erdogan guerrafondaio, poi la polemica con Lapo Elkann, e subito dopo il video di un tizio che canta “Bella ciao” a Lampedusa, ma anche il selfie con le castagne sulla padella mentre indossa la maglietta dei vigili del fuoco (ai bei tempi sarebbe stata almeno una felpa della polizia). Azzanna l’aria con viva impazienza, Matteo Salvini. Tra Instagram, Facebook, televisione, radio e agenzie di stampa, soltanto ieri, in appena ventiquattr’ore, l’ex Truce ha sperimentato tutte le possibili sfumature di polemica politica immaginabili, l’intera tavola degli elementi, come una trottola, senza posa, obbedendo forse a un presentimento piuttosto che a convinzioni o aspirazioni. Persino i suoi amici adesso raccontano che il Capitano non trova la sfera, l’idea, l’oggetto fisso che possa nutrire e riattivare la sua perenne e un tempo straordinaria campagna elettorale.

La vita politica, che pure gli scorreva facile e vittoriosa, gli è diventata un alimento crudo e grossolano da cercare e strappare a fatica. Da sempre questo straordinario “situazionista” (la definizione è di Giorgia Meloni), questo performer, vive nella prefigurazione minuziosa non del domani – il domani sarà uguale all’oggi, forse, ma la nebbia lo avvolge – bensì dei quindici o trenta minuti che lo attendono, di gesto in gesto, di comizio in comizio, di intervista in intervista, di botto in botto. E allora si può soltanto immaginare quanta ansia, cattivi auspici e incubi comporti per lui adesso il non riuscire a far esplodere il petardo buono, quello definitivo, com’erano state l’immigrazione nera e l’Europa matrigna ai tempi bellissimi del governo gialloverde.

La fiamma del desiderio e la fiamma della frustrazione ardono unite, mentre un po’ di sfortuna – la fortuna è il complemento dei vincenti – mette la sua diabolica coda a ostacolare persino le operazioni più semplici. E infatti nemmeno il pasticcio spionistico nel quale si è cacciato Giuseppe Conte riesce a diventare un’arma utile nelle mani di Salvini. Lui vorrebbe denunciare, urlare, è evidente. Ma non appena al tg viene pronunciata la parola “Russiagate” il pensiero birichino di ciascuno, anziché correre all’intricata storia di Vecchione e Conte, alla sfocata figura degli 007, precipita invece sulla più definita immagine del povero Gianluca Savoini, dei rubli russi, del gas e dell’offerta di denaro alla Lega… (definizione di “sfiga” secondo il dizionario Treccani: “Avvenimento spiacevole di cui non si ha colpa o responsabilità”). Così rimugina, Salvini. E come una pallina del flipper sbatte da un lato all’altro del piano, prova ad accendere più lampadine possibili, far suonare tutti i campanellini, “la Raggi”, “il presidenzialismo”, persino “Erdogan macellaio” che però agisce su autorizzazione del suo amico Trump… Ops! Apparentemente, il mago del consenso, confeziona ormai strategie buone a tutti gli usi, e dunque a nessuno.

Al punto che l’essenza, la radice quadrata del suo tormento, sta forse nella superstiziosa consapevolezza che da quando si è inspiegabilmente eiettato dalla finestra del Viminale non gliene va più bene una. E l’inquietudine ora scende pure in forma di fiamme fredde, quelle dei sondaggi. La Lega è il primo partito, napoleonico. Ma per la prima volta da dicembre del 2018 cala un po’ – 0,7 per cento – non precisamente una slavina. Ma un segnale. Per questo azzanna l’aria, Salvini. Qualcosa prima o poi riuscirà a morderla.

Salvatore Merlo

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eleonid

12 Ottobre 2019 - 08:08

La discesa parabolica che l'on. Salvini ha iniziato a percorrere è il segno che la nuova politica italiana ,di qualunque colore essa sia, mostra sempre più di avere il fiato corto per le lunghe maratone che bisogna intraprendere per avviare un nuovo corso virtuoso per questo nostro paese . La politica del celodurismo,dei muscoli, dei tweet, della battute da bar, dei vaffanculo, non può essere perseguita né come tattica né come strategia per formare i nuovi statisti italiani. Noi cittadini, prima che elettori, dobbiamo capire che le nostre proteste e frustrazioni non possono essere declinate da una politica così come è interpretata dal nuovo che è avanzato a furia di popolo . Dobbiamo pertanto essere più critici e stare attenti a chi conferiamo il nostro consenso, anche se richiesto mediante sondaggi esplorativi.