Se l'antirazzismo diventa un nuovo razzismo intellettuale
Francesco Maria Del Vigo 1.1.2020 ilgiornale.it , lettura1'
Razzista. Quante volte avete letto o sentito pronunciare questa parola nell'arco del 2019? Tante, troppe volte.
Le agenzie di stampa hanno battuto il termine «razzismo» più di 2.500 volte, sette volte al giorno. Razzista è un termine inflazionato, liofilizzato, privato del suo significato. La sinistra lo ha usato come un randello per zittire tutto quello che sta alla sua destra, indiscriminatamente trasformando in una folle eterogenesi dei fini chi pronuncia quel termine in qualcosa di molto simile al suo significato. Mi spiego: il razzismo esiste e va combattuto, ma se tutti siamo razzisti - come buona parte dell'intellighenzia radical sostiene - nessuno è razzista.
Se dire prima gli italiani, chiudere i porti, affermare che i flussi migratori vanno regolati, denunciare che nelle periferie delle nostre città esiste un problema di sicurezza legato spesso all'immigrazione, se scrivere in un articolo la nazionalità di chi commette un reato e usare la parola zingaro è razzista, beh allora abbiamo un problema. E non è il razzismo. Ma è tutto quello che di straforo stanno infilando dentro la categoria «razzismo» per tappare la bocca all'avversario, per chiudere un discorso che non hanno la forza di aprire e terminare un dibattito che non saprebbero come concludere. E il vero paradosso è proprio questo: il razzismo intellettuale degli antirazzisti contro i presunti razzisti.