la situazione: mascherine insufficienti, tamponi insufficienti, tracciamento dei casi in alto mare.
21.5 2020 - di Luca Ricolfi, fomdazionehume.it lettura 3’
I dati degli ultimi giorni, condensati nel nostro termometro dell’epidemia, mostrano senza troppi giri di parole che quel era prevedibile, ed era stato previsto da molti, sta avvenendo: l’epidemia sta rialzando la testa.
Dati e diagramma su www.fondazionehume.it
Una temperatura media di 18 gradi pseudo-Kelvin, infatti, significa che nelle settimane scorse (tipicamente 10-20 giorni fa) si contavano circa 18 mila nuovi contagi al giorno, più o meno 30 ogni 100 mila abitanti. Solo in un manipolo di regioni, quasi tutte al sud, la meta di contagi-zero appare relativamente vicina. E solo in tre regioni (Friuli Venezia Giulia, Toscana, Sicilia) la temperatura non solo è bassa, ma mostra, negli ultimi 8-10 giorni, uno stabile trend di diminuzione.
La gravità della situazione era perfettamente rilevabile già il 3 maggio (il giorno prima della “riapertura”), quando i dati della Protezione Civile mostravano un ritmo medio di crescita dei nuovi contagi ancora maggiore di quello attuale, e soprattutto rivelavano enormi differenze fra regioni.
Quando abbiamo riaperto, il ritmo di crescita dei contagi era moderato solo in alcune regioni del sud, mentre era preoccupante in tutte le altre, e specificamente in Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Veneto.
Domenica 3 maggio, ossia il giorno antecedente alla riapertura, in quasi tutta Italia la meta dei contagi-zero era ancora molto lontana. Troppo lontana.
Hanno voluto riaprire lo stesso. E li posso capire, non solo perché la gente non ne poteva più, ma perché anche se avessero aspettato altre 2-3 settimane, come i dati chiaramente suggerivano, non sarebbe cambiata la situazione: mascherine insufficienti, tamponi insufficienti, tracciamento dei casi in alto mare.
Quel che non posso – ma vorrei dire: quel che non possiamo – accettare è che questa Caporetto della classe dirigente sia imputata a noi.
Eppure è quello che si sta profilando. Le violazioni delle regole individuali (distanziamento e mascherine) sono gravissime, ingiustificabili e da condannare senza alcuna ambiguità o esitazione. Ma pensare che l’epidemia possa ripartire perché un manipolo di sconsiderati non rispetta le regole, o addirittura profetizzare che possa essere la movida a far ripartire il contagio (“niente movida o il contagio risale”), è uno scaricabarile inaccettabile.
No, la vera ragione per cui l’epidemia sta riacquistando vigore è che tre mesi (oggi è l’anniversario del 21 febbraio, il giorno di Codogno) non sono bastati alle nostre autorità per prepararci alla guerra che dovevamo combattere. Ancora oggi – 18 giorni dopo la riapertura – l’Istat non ha effettuato l’indagine nazionale sulla diffusione del Covid, ancora oggi mancano le mascherine, ancora oggi i tamponi sono largamente insufficienti e monopolizzati dalla sanità pubblica, ancora oggi la app per il tracciamento dei contatti non è operativa.
E l’andamento dell’epidemia è questo:
Come si vede, solo un manipolo di regioni ha un ritmo di aumento dei contagi non troppo inquietante.
La realtà è che siamo stati mandati allo sbaraglio, a combattere disarmati una guerra contro un nemico invisibile. Non meritiamo la beffa di essere considerati noi, cittadini comuni, responsabili del disastro che così accuratamente ci è stato preparato.
[tutto questo era già immaginabile tre settimane fa, quando Conte annunciava la prossima riapertura]