Così il governo certifica che il reddito di cittadinanza è stato un fallimento

Nel Piano nazionale delle riforme, i dati del flop: il 5,3 dei percettori del Rdc ha trovato un lavoro. E solo lo 0,3 a tempo indeterminato. Il resto è precariato: quello che Di Maio si vantava di aver abolito, insieme alla povertà

di Valerio Valentini 6.7. 2020 ilfoglio.it lettura 3’

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Il fallimento sta tutto in questo dato: ogni cento percettori del reddito di cittadinanza, poco più di cinque hanno trovato un lavoro. A distanza di quasi un anno e mezzo dall'introduzione della misura con cui Luigi Di Maio si vantava di aver "abolito la povertà", la verità delle cifre è assai più impietosa: un nuovo lavoratore ogni diciannove beneficiari del reddito. Una fotografia desolante. Specie se si tiene conto che a scattarla è lo stesso governo.

Nel Piano nazionale delle riforme (Pnr), è infatti il Ministero dell'Economia a certificare il fallimento del reddito di cittadinanza. Lo fa a pagina 52 del documento, dove si legge che "al 1° marzo 2020, 65.302 percettori del RdC sono stati assunti". E dunque il contro è presto fatto: perché l'Inps, l'8 aprile 2020, spiegava che le domande pervenute per l'accesso al reddito di cittadinanza sono state 1.819.362. Tolte le domande rigettate (26 per cento) e quelle in lavorazione (6 per cento), restano almeno 1.228.517 cittadini italiani che percepiscono il reddito. Di questi, quasi 330 mila hanno sottoscritto un "Patto di servizio" presso i centri per l'impiego, affidandosi, di fatto, alle cure dei famigerati "navigator" per la ricerca di un posto di lavoro. Ricerca che è stata tutt'altro che fruttuosa, in generale, dal momento che lo stesso Mef scrive che su 1,2 milioni di percettori del reddito, appena 65 mila hanno trovato un posto di lavoro. Se, dunque, il Rdc ha avuto il merito di fornire un sostegno al reddito delle famiglie più povere, ha fallito totalmente nel suo secondo pilastro, quello più importante: aiutare i disoccupati a trovare un posto di lavoro e uscire dalla gabbia dell'assistenzialismo di stato.

E non basta. Perché, a dare la misura dell'inconsistenza delle politiche attive connesse al Rdc, c'è anche un altro dato. Quello, cioè, che rivela la tipologia dei contratti dei nuovi occupati grazie ai navigator. La stragrande maggioranza, infatti, è composta da lavoratori precari. Appena il 18 per cento, invece, ha trovato un contratto a tempo indeterminato. Il 18 per cento del 5 per cento: in sostanza, lo 0,3 per cento degli 1,2 milioni di percettori. Mal contati, sono 3.600 italiani. Per il resto, invece, i lavori sono tutti temporanei: il 62 per cento di chi ha trovato un'occupazione grazie ai navigator ha firmato un contratto a tempo determinato; e il 20 per cento restante "risulta essere stato assunto – si legge nel Pnr – con 'altri contratti', nei quali la rientrano la somministrazione, le collaborazioni ed altre fattispecie di breve durata".

Tutti quei tipi di contratto, cioè, contro cui il prode Di maio, ai tempi del grilloleghismo, da ministro del Lavoro e dello Sviluppo aveva lanciato la sua crociata: il decreto "Dignità" avrebbe dovuto, nelle intenzioni dell'allora capo del M5s, "dare un colpo mortale al precariato". A distanza di due anni da quelle roboanti dichiarazioni di Di Maio, il "precariato" è vivo e vegeto. A stare male, invece, è lo strumento con cui lo si doveva combattere: il reddito di cittadinanza.

Commenti

AlessandroT 06 Luglio 2020 - 13:52

Il 18% del 5% mi pare sia lo 0.9, non lo 0.3, quindi circa 10,000 in tutto, e non 3,600. Mi sbaglio? Sempre pochi ma insomma... Faccio anche notare che senz'altro non tutti i 65,000 che hanno trovato un lavoro lo hanno fatto "grazie al navigator", che in molte regioni neanche funzionavano.

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