Sul criterio del merito, prevale quello dell'anzianità. E mentre negli Stati Uniti chi presiede la Corte suprema gode di grande notorietà, in Italia la popolarità arriva solo a posteriori
ADRIANO SOFRI 24 SET 2020 ilfoglio.it
Sul criterio del merito, prevale quello dell'anzianità. E mentre negli Stati Uniti chi presiede la Corte suprema gode di grande notorietà, in Italia la popolarità arriva solo a posteriori
Ho una postilla sulla Corte costituzionale, che ha nominato qualche giorno fa il suo nuovo presidente, Mario Morelli. La nomina è avvenuta alla seconda votazione, con una maggioranza di 9 voti contro i 5 andati a un altro giudice, Giancarlo Coraggio, e 1 a Giuliano Amato. Morelli è il componente più longevo della Corte, non per età ma per durata in servizio, e lascerà in dicembre. Coraggio, oggi vicepresidente, sarà in carica fino al gennaio 2022. Benché l’elezione fosse stata accompagnata da una adeguata pubblicità e illustrata dallo stesso presidente in una vivace conferenza stampa, mi restava un’incertezza sul merito della divergenza emersa nella votazione. L’ha risolta Mauro Zampini, già segretario generale della Camera, che tiene su Radio Radicale una rubrica intitolata “Istituzioni e politica”. Zampini ha spiegato che si tratta della vecchia alternativa fra il criterio della promozione per anzianità e quello della scelta per merito. L’alternativa che stette al centro della polemica sui “professionisti dell’antimafia”, titolo che il Corriere volle dare a un intervento di Sciascia. Là erano state in gioco scelte poi rivelate fatali, il rifiuto della nomina di Giovanni Falcone a capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, la nomina di Paolo Borsellino a capo della Procura di Marsala. Alla Corte costituzionale sembra vigere tradizionalmente un più quieto vivere, e l’abitudine prevalente alla successione per anzianità si vale dell’argomento di una presidenza meno invadente e più collegiale che in altre istituzioni, oltre che della mitigazione di eventuali lotte di correnti: l’anzianità come saggezza e distacco, insomma. Zampini sembra ritenere che questa consuetudine burocratica implichi una reticenza opportunistica, una mancanza di coraggio, diciamo così, rispetto alla valutazione di capacità e attitudini personali. Questo dunque il punto.