La cabina di regia per le riaperture si terrà lunedì, ma la strada è tracciata. M5s e Pd, non potendo incidere sulla politica economica del governo, si sono arroccati sulle chiusure
13.05.2021 - Anselmo Del Duca ilsussidiario.net lettura4’
In un governo di grande coalizione convivono gli opposti. E vince chi detta la linea, anzi chi da l’impressione di riuscire a dare la propria impronta alla linea d’azione dell’esecutivo. E dopo 88 giorni è il centrodestra a trazione salviniana a sembrare in vantaggio. A pagare è l’aver approfittato dello sbandamento dell’asse giallorosso, scegliendo di cavalcare l’ineluttabile, cioè la spinta per le riaperture. Pd e grillini, al contrario, sembrano combattere una battaglia di retroguardia, difendendo a oltranza il principio di precauzione.
Sia chiaro, non è che Draghi si sia iscritto al Carroccio, anzi. Draghi è il vero dominus del governo, e decide tempi, modi e contenuti. Ma sul fronte dell’allentamento delle misure anti-Covid non poteva che lavorare per il riavvio dell’economia, pur con tutte le cautele del caso. Il miglior ristoro è che le imprese tornino a lavorare, è stato il mantra di Palazzo Chigi. Non inganni, quindi, il rinvio a lunedì della “cabina di regia” politica, chiamata a pronunciarsi sull’allentamento del coprifuoco. La strada è segnata, si tratta solo di una concessione alla prudenza. Non a caso nell’ordine del giorno è stato inserito il turismo, settore capace di produrre il 12% del Pil nazionale, essenziale per la ripresa economica che serve al paese.
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Da questo duello su un’ora in meno di coprifuoco (come minimo) Salvini rischia di uscire vincitore, insieme al resto del centrodestra di governo e a Italia viva, che ha scelto sul punto la barricata dell’Italia che produce. Pur di difendere Speranza e le scelte ereditate dal governo Conte 2, i giallorossi sono sembrati scollegati dalla realtà dell’economia.
Non che i due blocchi siano monolitici, ma Pd e M5s sembrano in difficoltà maggiore. Il tavolo dei responsabili enti locali del centrodestra, infatti, ha partorito segnali d’intesa, nonostante la concorrenza senza esclusione di colpi fra Salvini e la Meloni. Alla fine nessuno dubita che i candidati sindaci alle elezioni amministrative di ottobre saranno unitari. Non sarà facile, ma saranno forse anche i più competitivi, come Albertini a Milano, tornato all’improvviso il nome favorito. Troppo forte la tentazione di ricacciare in gola al responsabile enti locali del Pd, l’ex ministro Francesco Boccia, la previsione di un facile 4-1 nelle maggiori città a favore dei dem e dei loro alleati.
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Proprio nella partita della alleanze per i comuni l’asse giallorosso ha dimostrato di essere tutt’altro che un asse solido. Tutta colpa dell’ostinazione di Virginia Raggi, che ha costretto un partito allo sbando, il Movimento 5 Stelle, a imporsi su un partito con una leadership appannata. La Raggi ha imposto che Zingaretti rimanesse alla Regione Lazio, aprendosi la via a una possibilità di andare al ballottaggio, visto lo scarso appeal dell’ex ministro Gualtieri. La diffidenza di due basi che si sono fatte la guerra per anni, grillini e dem, così come dei rispettivi apparati, stanno rendendo difficilissime le intese che solo un mese fa sembravano certe. Forse solo a Napoli ci sarà una candidatura unitaria al primo turno, ma non è detto neppure lì. Di sicuro c’è solo l’intesa già siglata a Varese.
Le amministrative di ottobre fungeranno da primarie in entrambi i campi, fra Salvini e Meloni a destra e fra Letta e Conte a sinistra, dal momento che quest’ultimo non ha affatto archiviato l’idea di essere il candidato premier dell’area che lo aveva sostenuto per un anno e mezzo a Palazzo Chigi. Dipenderà, in entrambi i casi, da chi avrà il risultato migliore. E visto che i sondaggi danno i quattro partiti nello spazio di 6/7 punti percentuali appena, tutto è possibile.
Di questo scenario nervoso Draghi non potrà non tenere conto. Le tensioni all’interno della maggioranza che lo sostiene sono destinate a crescere man mano che si avvicinerà alla scadenza elettorale, prova generale delle politiche e del peso specifico dei partiti in vista dell’elezione a fine gennaio del successore di Mattarella al Quirinale. La soluzione il premier ce l’ha in tasca: continuare dritto per la sua strada, sfornando riforme a raffica. Lo richiedono gli impegni assunti con l’Europa e la necessità di non dare spazio alle beghe di palazzo. I partiti sono avvisati: anche il summit istituzionale di ieri al Quirinale fra Mattarella, Casellati e Fico è un segnale inequivocabile: bisogna correre, ci sono tantissime leggi da approvare. Nessuno può davvero pensare di mettersi di traverso senza pagarne le conseguenze.