- MA QUELLO CHE BAFFINO NON SMENTISCE E’ IL FATTO DI ESSERE DIVENTATO LO SPIN DOCTOR DI CONTE E DEI GRILLINI ANTI-CASTA - Il governo ucraino è responsabile della morte di Dugina: un avvertimento o un semplice scoop?
6.10.2022 dagospia.com lettura 2’
- "D'ALEMA E I CINQUE STELLE SI ERANO GIÀ INCROCIATI NELL'AMBIENTE DELLA LINK CAMPUS”. IL DIALOGO CON CONTE E LA LINEA DALEMIANA DI "GIUSEPPI" SULL’UCRAINA, SULLA CINA E SU DRAGHI...
Estratto dell’articolo di Marianna Rizzini per “il Foglio”
"Campagna vergognosa": sono le 12.44 di mercoledì quando la notizia irrompe sugli schermi degli smartphone. L'ex premier Massimo D'Alema smentisce di aver votato per l'ex premier Giuseppe Conte, azione che alcuni retroscena gli avevano attribuito il giorno prima. Ma non si sa se le parole saranno sufficienti, visti gli indizi che le avevano rese non così incredibili agli occhi di molti osservatori, e nonostante la veemenza di D'Alema: "Inaccettabile violazione di uno dei principi della democrazia: la segretezza del voto. In ogni caso la notizia per cui avrei votato Movimento 5 stelle è falsa".
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E la smentita di D'Alema smentiva la questione voto, sì, ma non il pregresso. E cioè tutta quella serie di segnali che, nei mesi scorsi, avevano fatto intravedere la presenza di un filo rossogiallo teso tra due personaggi all'apparenza così diversi, per giunta identificati, negli slogan dei rispettivi avversari, l'uno come esponente della "casta" e l'altro come simbolo di "anticasta" assurta al potere.
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Andando a ritroso, dice un insider, "D'Alema e i Cinque Stelle si erano già incrociati nell'ambiente della Link Campus", e si sa che da quel mondo provengono figure per così dire tecniche poi cooptate nell'era governativa contiana. Correndo invece avanti, alla primavera-estate che ha visto la crisi del governo Draghi, è la comune posizione sulla guerra in Ucraina (comune a D'Alema e Conte, contro la linea Draghi) che porta cemento al ponte politico tra i due, al punto che l'impianto delle obiezioni di Conte a Draghi sul tema Ucraina appariva ai dalemiani "molto dalemiano", dice un ex dalemiano.
E il discorso di D'Alema al congresso di Articolo 1, nell'aprile scorso, era parso, con il senno di poi, un possibile canovaccio d'ispirazione per la linea contiana successiva: "Pensare che la democrazia superi la sua crisi mettendo l'elmetto è semplicistico", aveva detto D'Alema in quell'occasione, " e può essere disastroso per le forze democratiche e di sinistra a cui apparteniamo. La democrazia deve essere una forza in grado di offrire speranza e questo richiede una visione delle relazioni internazionali in cui torni a essere centrale un'espressione antica: la coesistenza pacifica Una politica saggia avrebbe cercato di usare la distanza dalla posizione cinese invece di cercare di coinvolgere la Cina nel conflitto".
Quanto al giudizio critico su Draghi stesso, la linea D'Alema e la linea Conte avevano più di un punto in comune (della serie: premier tecnico uguale rovina per l'Italia). Nei giorni scorsi, poi, quando Rosy Bindi, alla testa un gruppo di intellettuali e politici, ha fatto appello a Pd e M5s per la costituzione di un fronte progressista (con eventuale "scioglimento dell'esistente", cioè del Pd), c'è chi ci ha visto contaminazioni dalemiane di fatto. E insomma, ride amaro un dirigente pd, "la direzione di oggi si apre con Conte e D'Alema appollaiati sulla finestra del Nazareno".
- Il governo ucraino è responsabile della morte di Dugina: un avvertimento o un semplice scoop?
ADRIANO SOFRI 06 OTT 2022 ilfoglio.it
L'uccisione della figlia di Dugin sarebbe responsabilità ucraina, ma non è chiaro perché i servizi di intelligence americana avrebbero dovuto far trapelare la notizia. A oggi la fine della guerra potrebbe essere solo sul campo perché i due paesi si sono negati il negoziato di pace a vicenda
Ho letto la notizia del New York Times sull’intelligence americana che attribuisce a personalità del governo ucraino l’autorizzazione all’attentato dello scorso 20 agosto in cui è morta, probabilmente al posto di suo padre, Daria Dugina. Poi ho letto qualche centinaio di commenti dei lettori. Molti si chiedevano che cosa avesse spinto i servizi alla fuga di notizie in questo momento. Una volta tanto me lo sono chiesto anch’io. L’argomento prevalente è il malcontento per una segretezza degli ucraini sulle loro operazioni coperte nei confronti dell’intelligence americana, già emerso: “Siamo più informati delle operazioni russe che degli ucraini”. Una spiegazione più puntuale veniva offerta dagli autori della soffiata: la preoccupazione che omicidi mirati oltre confine, dunque diversi dagli attentati ai collaborazionisti nelle zone occupate, rinfocolino l’originario proposito russo di far fuori Zelensky e altre personalità del governo di Kyiv.
A questo punto, visto che ormai ero nel gioco, mi sono chiesto se il messaggio andasse completato con l’implicito avvertimento a non vagheggiare di far fuori Putin. Ambedue le mosse, potrebbe voler dire, avrebbero conseguenze imprevedibili e forse micidiali. Ma proprio nelle 24 ore precedenti sia Putin che Zelensky avevano compiuto gesti apparentemente senza ritorno: Putin dichiarando solennemente l’eternità – “per sempre” – dell’annessione delle quattro regioni, Zelensky firmando solennemente l’esclusione di qualunque negoziato finché al Cremlino resti Putin. Dunque i due presidenti, quelli cui poco prima il papa Francesco si era indirizzato per nome, si erano appena impegnati a costituire un reciproco ostacolo insormontabile al negoziato. Situazione che potrebbe rendere più ghiotta la tentazione di sbarazzarsi dell’uno o dell’altro, che il leak americano sembrava voler dissuadere.
Il Cremlino si è affrettato ad apprezzarlo, e contemporaneamente ad attribuire ai burattinai occidentali l’ordine impartito a Zelensky di escludere il negoziato con Putin in carica. Tutto appare piuttosto contorto: mordersi la coda. Gli americani continuano a stanziare fondi e consegnare armi, stando attenti a evitare la lunga gittata, ed è difficile che Biden e la sua amministrazione vogliano saggiare una svolta importante mentre sul campo le operazioni favoriscono l’Ucraina e l’elezione di mezzo termine è di qui a un mese. Ieri i portavoce di Mosca si sono sbizzarriti e superati in impudenza, assicurando fra l’altro di voler raffreddare la retorica del ricorso all’atomica di cui l’occidente sarebbe invasato. Ma ammesso che in qualche punto dello schieramento dei contendenti si volesse saggiare un’apertura di negoziato, su che cosa si farà leva?
La Russia, che a Kherson vede minacciata fin la Crimea, si è bruciata il terreno alle spalle con l’annessione “perpetua” di Zaporizhia, aggravata vilmente dal bombardamento indiscriminato sul capoluogo restato in mano ucraina. L’Ucraina si è vietata ogni trattativa con Putin, e del resto chiunque conosca lo spirito pubblico largamente prevalente in Ucraina sa che un’apertura di Zelensky al negoziato che preveda la rinuncia a qualunque parte del territorio occupato gli solleverebbe contro un’insurrezione. Un negoziato si potrebbe aprire solo se gli americani, e la Nato, e la coalizione occidentale, si spingessero ad addossarsene intera la responsabilità, esonerandone Zelens’kyj e la leadership ucraina: eventualità oggi pressoché impensabile.
Forse la fuga di notizie sulla corresponsabilità ucraina nell’uccisione di Dugina è stata appena un piccolo avvertimento di assaggio, una briglia tirata. Ma se ne conferma la reciprocità della pretesa guerra per delega, e lo scambio di parti fra supposti burattinaio e burattino. Per ora, niente può avvenire se non per qualche avvenimento imprevedibile – c’è sempre da prevederlo – o per un cambio che venga dall’interno della Federazione russa.
Oppure la notizia dell’Intelligence su Dugina non è stata altro che uno scoop del New York Times. La stampa, bellezza.