Scegliere vuol dire rinunciare. Gli sgravi fiscali sull’energia non devono essere finanziati con tasse e deficit Istituto Bruno Leoni

Categoria: Italia

Il governo Meloni vorrebbe imbarcarsi in una manovra costosissima per fronteggiare una crisi destinata a durare ancora a lungo. Ma potrebbe aver scelto la strategia sbagliata. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni

su Linkiesta 2.11.2022 lettura 2’

Il primo atto del governo Meloni sarà probabilmente in piena continuità con l’esecutivo precedente guidato da Mario Draghi: prorogare almeno fino alla fine dell’anno gli sgravi sui prezzi dell’energia. A quanto si apprende, l’intenzione è poi di mantenerli o addirittura potenziarli per tutto il 2023.

Per far fronte agli enormi costi di tale manovra – stimabili tra i quaranta e i sessanta miliardi di euro – si sta studiando non solo un incremento del deficit dal 3,9 al 4,5 per cento, ma anche una nuova tassa sulle grandi società di e-commerce che utilizzano mezzi inquinanti per effettuare le consegne.

Un po’ di inerzia è comprensibile, per un governo che si insedia alla vigilia della legge di bilancio. Tuttavia, Palazzo Chigi dovrebbe approfittare dei prossimi giorni per riflettere a fondo sulla strategia che intende seguire.

La crisi energetica in corso non è un fuoco di paglia: è destinata a durare ancora a lungo. Ha davvero senso impegnare risorse enormi per finanziare sconti generalizzati, insufficienti a salvare chi effettivamente si trova in difficoltà e non necessari per molti altri?

Queste domande sono tanto più pressanti se si considera che tali sgravi impongono non solo di rinunciare ad altre spese ugualmente importanti (per esempio: a due anni dallo scoppio della pandemia non si è ancora varato un serio piano di ventilazione delle scuole).

Inoltre, essi costringono da un lato ad aumentare il deficit, partendo da un livello già molto elevato, e nonostante un debito pubblico ben oltre le soglie di guardia. Dall’altro lato, la politica si sta esercitando nel disegno di imposte fantasiose, nella speranza di pescare i soldi dalle tasche di chi non ha una eccessiva influenza sull’opinione pubblica: i grandi colossi del web. Dal cilindro oggi è uscito il nome di Amazon e degli altri operatori del commercio elettronico. Senza però rendersi conto del duplice paradosso.

In primo luogo, l’eventuale incremento – per via fiscale – dei costi delle consegne non potrà che ripercuotersi a valle, a detrimento dei consumatori che in teoria si volevano proteggere e con buona pace dell’inflazione.

Secondariamente, e più importante, che senso ha tassare i mezzi – a gasolio – utilizzati per le consegne per ridurre le accise (su benzina e gasolio) degli altri mezzi? Se l’obiettivo è ambientale, allora le accise vanno inasprite per tutti allo scopo di comprimere i consumi. Se invece l’obiettivo è di alleviare l’impatto della crisi, gli sconti vanno concentrati su chi davvero ne ha bisogno. Non sappiamo se, in tal caso, i fattorini avrebbero diritto o no a goderne.

L’assurdità sta nell’idea di tassare arbitrariamente il gasolio consumato da Tizio per finanziare uno sconto sullo stesso prodotto consumato da chiunque altro.