-DOSSIER PARALLELI Juventus e Ferrari, due storie di famiglia che riguardano tutti noi appassionati
MICHELE MASNERI 30 NOV 2022 ilfoglio.it lettura2
Juve senza Agnelli? Andrea, le dimissioni e la fiaba senza lieto fine del figlio di Umberto. “Se ci fosse una buona offerta, solo un pazzo non la accetterebbe, e John è tutto tranne che pazzo”, ci dice un parente serpente. Ritratto e scenari
"Fare il presidente della Juventus va bene per cinque anni, come fece suo padre, ma a farlo a vita diventi un Lotito qualsiasi". E’ severo, quasi sprezzante, l’azionista Exor, l’Agnelli che parla col Foglio a patto di non essere citato, sul caso dell’altro Agnelli, Andrea, che si è appena dimesso dalla presidenza della squadra di famiglia. “Ma lo sa quanti soldi abbiamo messo in questi dieci anni?”. Non lo so, mi dica. “Quasi cinquecento milioni. Mezzo miliardo”. Exor, la cassaforte della famiglia Agnelli, ha infatti una partecipazione del 63 per cento nella Juve. “Quindi il 63 per cento degli ottocento spesi in questi anni”, dice sempre l’azionista furibondo. Azionista e famigliare. E quel padre che poi fece “molte cose buone” era naturalmente Umberto, papà di Andrea. Una saga che non si spegne, quella Agnelli. Dopo i testamenti di Marella ecco la cacciata di Andrea, l’ultimo degli Agnelli a portare questo cognome. Loro sono la nostra unica “Succession” possibile (anzi impossibile, infatti non si può fare: c’è tutta un’industria di sceneggiature scritte e poi comprate da Torino purché non diventino film).
-DOSSIER PARALLELI Juventus e Ferrari, due storie di famiglia che riguardano tutti noi appassionati
UMBERTO ZAPELLONI 30 NOV 2022
Elkann si è trovato sul tavolo due dossier di crisi profondamente diversi, ma uniti da un fattore non secondario: riguardano due proprietà della famiglia Agnelli
La Juve ha cambiato per difendersi, la Ferrari lo ha fatto per attaccare. Dietro le dimissioni (indotte) dell’intero cda bianconero e del team principal della scuderia Mattia Binotto ci sono due necessità differenti. Andrea Agnelli e i suoi uomini si sono dimessi per potersi difendere in tribunale dalle accuse, pesanti e circostanziate, della Procura di Torino. Una mossa inevitabile dopo che anche le società di consulenza e la Consob avevano evidenziato dei problemi nei bilanci finiti sotto inchiesta. Mattia Binotto è stato invece portato a dimettersi dopo quasi 30 anni a Maranello dove era entrato da stagista, perché il presidente Elkann non aveva più fiducia in lui e, volendo andare all’attacco del Mondiale, ha ritenuto necessaria la rivoluzione. Una mossa evitabilissima se guardiamo i risultati dell’ultima stagione, ma inevitabile se pensiamo alla mancanza totale di feeling tra le parti.