2- Contro i pm schiavi del consenso. Parla il vicepresidente del Csm. - IL PD E IL JOBS ACT
11.5.2024 Giuliano Ferrara, Claudio Cerasa, De Rosa ilfoglio.it lettura4’
estratti
1-L'EDITORIALE DELL'ELEFANTINO . Scegliere tra Rafah e Riad non è un'alternativa per Israele
GIULIANO FERRARA 11 MAG 2024
Un accordo di tregua permanente decreterebbe la vittoria finale degli aguzzini di Hamas. Lo slogan caro all’estrema sinistra democratica è una sciocchezza: lo stato ebraico non ha scelta
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Il rapporto tra Israele e Biden non si ferma a Rafah
Si sa tutto, in realtà, oltre la nebbia di guerra. Non è la prima volta che gli Stati Uniti e Israele dissentono duramente sulla conduzione di una guerra di difesa dello stato ebraico. Il grande e drammatico gioco diplomatico e politico, nella circostanza che riguarda la ridotta terrorista di Rafah, verte su questo quesito: come si fa a obbligare l’ala militare di Hamas, responsabile del 7 ottobre, ad accettare un vero accordo di tregua e di scambio di prigionieri senza che questo accordo consista in una resa di Tsahal, in una rinuncia a punire gli autori del pogrom e a smantellare il corpo fondamentale di quell’organizzazione nichilista e terrorista? Non è facile, il tutto corre sul binario dell’ambiguità, della mediazione, della controinformazione, con le aggravanti della campagna umanitaria internazionale contro Israele che rende complicata ogni mossa contro predoni che usano il popolo civile e gli israeliani ancora prigionieri nei tunnel come ostaggio. Sinwar e Deif, i capi residui e decisivi di Hamas, sono i nemici implacabili di un accordo che alla fine, con misure di estraneazione dei civili dal teatro di guerra e in una condizione di tregua, provvisoria e contrattata, condurrebbe al loro smantellamento e annientamento. La loro partita è l’isolamento internazionale di Israele e la caduta del governo che guida i combattimenti, la partita di Israele e, salvo oscillazioni, anche di Biden alleato e partner, è il loro isolamento e la loro resa a discrezione, con un progetto di stabilizzazione di Gaza affidato a arabi nemici della Fratellanza musulmana, senza e contro di loro…
2- Contro i pm schiavi del consenso. Parla il vicepresidente del Csm
CLAUDIO CERASA 11 MAG 2024 ilfoglio.it
“Il compito di un buon magistrato è far rispettare la legge, non definire un’etica pubblica. L’imparzialità di un giudice si difende con i dubbi, non alimentando il processo mediatico”. Colloquio con Fabio Pinelli
Il problema, in fondo, è tutto lì: come si ricostruisce, con la magistratura, una fiducia che in alcuni casi non c’è più? E, soprattutto, come si può evitare che il tema dell’imparzialità di un magistrato venga considerato dal magistrato un tema meno importante rispetto alla ricerca del proprio consenso personale? Fabio Pinelli è il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e in questa conversazione con il Foglio accetta di ragionare intorno a un tema delicato e ambizioso.
3- IL PD E IL JOBS ACT
Tutti con Elly. In segreteria solo in tre non firmano i referendum della Cgil
GIANLUCA DE ROSA 11 MAG 2024
Alfieri, Serracchiani e Manzi non seguono la segretaria. Il bonacciniano Baruffi ipotizza: "Potrei sottoscrivere il quesito sulla sicurezza". L'imbarazzo di Misiani e Sereni
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Parla Pinotti: "Caro Pd, l'Ucraina si aiuta con le armi. Non firmo il Jobs Act. Schlein non ha spiegato"
"Firma i referendum della Cgil? Arrivederci". L'afasia di Misiani sul Jobs Act
Tredici zelanti firme, tre enormi imbarazzi, una firma a metà e tre coraggiosi rifiuti. Elly Schlein – che il 23 maggio sfiderà in tv a “Porta a Porta” la premier Giorgia Meloni – ha sottoscritto i referendum della Cgil contro il Jobs Act, ma per evitare di spaccare il partito, ha inventato la “libertà di firma”. Ognuno insomma, faccia un po’ come vuole. Dentro la sua segreteria, che pure in quanto unitaria comprende anche la minoranza riformista , l’hanno seguita quasi tutti. Sono solo tre su 22 i rappresentanti della segreteria democratica che certamente non firmeranno i referendum della Cgil. Il primo a uscire allo scoperto è stato Alessandro Alfieri, che al Nazareno è il titolare del capitolo Riforme e Pnrr: “Non li firmerò – dice – il partito dovrebbe guardare avanti e non indietro”. Come lui farà anche Debora Serracchiani. La responsabile Giustizia, all’epoca del rinnegato pacchetto sul lavoro, era vicesegretaria, tra le più battagliere anche in tv nella difesa del Jobs Act. Oggi al Foglio dice: “Non firmo perché è una legge di dieci anni fa che è stata anche profondamente rivista dagli interventi della Corte costituzionale. Trovo anacronistico parlarne oggi”. Una scelta fatta anche per non piegare la linea del partito a quella della Cgil: “Da deputata – spiega – è in Parlamento che mi impegno per migliorare le leggi”. Tra chi non ha bisogno di frasi di trucchetti retorici per aggirare la domanda ecco anche anche Irene Manzi, deputata e responsabile Scuola della segreteria dem: “Ho votato quella legge e dunque non firmerò i referendum per una questione di coerenza verso la mia storia personale”. Più vaga, per assecondare lo sforzo unitario, è invece la posizione di Davide Baruffi, responsabile Enti locali, ma soprattutto fedelissimo del presidente e leader della minoranza Stefano Bonaccini. “Ci sto pensando senz’altro potrei firmare quello sulla sicurezza negli appalti, di certo però sono più concentrato sulla raccolta delle firme per il salario minimo, una battaglia che ci unisce”, spiega. E Bonaccini? “Penso che anche Stefano stia ragionando sull’eventuale firma del quesito sulla sicurezza, ma ripeto guardiamo avanti”. L’invito insomma è sempre quello: attenzione su quello che unisce, salario minimo e rinnovi contrattuali, piuttosto che su ciò che divide, il Jobs Act.