ma dalla ”f” di Fiocchi, il candidato con il fucile spianato, alla ”v” di Vannacci, il generale delle rettifiche, si respira la farsa come parte essenziale della tragedia del Ventennio,
15.5.2024 Francesco Cundari, linkiesta.it lettura2’
scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
Dopo un anno e mezzo di governo, la benevolenza accordata alla presidente del Consiglio da stampa e tv, che tante figuracce continuano ad abbuonarle ogni giorno con immeritata generosità, basta ormai a malapena per lei.
Mi riferisco a quel misto di indulgenza e sciatteria con cui, per fare un esempio, a suo tempo molti finsero di credere alle penose scuse del ministro Francesco Lollobrigida a proposito della sua uscita sulla «sostituzione etnica», quando in pratica sostenne di aver parlato di qualcosa che non conosceva (non sarebbe stata la prima volta, in effetti) e in pochi vollero ricordare tutte le volte in cui a rilanciare quella tesi delirante e chiaramente razzista era stata proprio Giorgia Meloni.
Per non parlare di tutte le volte in cui la presidente del Consiglio, per rintuzzare le accuse di autoritarismo, ha insistito nell’accreditare i peggiori cospirazionismi no vax, come ha fatto ancora ieri, alla festa della Verità, riferendosi a chi oggi la critica ma ieri «usava gli idranti contro lavoratori inermi» (con riferimento appena velato a quei sindacalisti che pretendevano di bloccare il porto di Trieste contro l’obbligo del green pass). La tesi dell’evoluzione europeista, liberale, addirittura «draghiana» della leader di Fratelli d’Italia, insomma, è una barzelletta che non fa ridere più nessuno. Ma è comunque degno di nota, a proposito di barzellette, che un simile ombrello protettivo non riesca più a coprire i baldi esponenti della nuova, cosiddetta, classe dirigente.
Le innumerevoli prodezze dei La Russa e dei Lollobrigida, per stare solo ai nomi più illustri, senza scendere giù per li rami fino a Sgarbi, Sangiuliano e Santanchè, passando magari per Donzelli e Delmastro, sarebbero sufficienti a fare più volte il giro dell’alfabeto. E per ogni genere di assurdità: dalla «f» di Fiocchi, il candidato che sui manifesti si fa ritrarre a fucile spianato (unendo così al dilettevole della propaganda anche gli utili dell’azienda di famiglia, che produce armi) alla «p» di Pozzolo, come il deputato pistolero dell’indimenticabile festa di capodanno (il quale peraltro sostiene che a sparare sia stato il caposcorta di Delmastro).
Siccome difenderli è diventato impossibile anche ai più volenterosi, torna sempre più spesso l’argomento secondo cui il vero problema di Meloni sarebbero loro, incapaci di tenere il suo passo. Quando però atti e parole della presidente del Consiglio ne confermano l’assoluta sintonia con persone che del resto è stata lei a scegliere e a piazzare, al governo e nel sottogoverno, e dunque anche quell’argomento cade, si dice allora che i nuovi potenti siano troppo goffi e maldestri, perfino ridicoli, per essere davvero pericolosi.