Dall’Ucraina alla Libia Ogni tanto bisognerebbe anche separare la politica dall’empietà

Categoria: Italia

Ovunque ci si volti, è tutto un grave ammonirci a non confondere i bei principi con la dura logica dei rapporti di forza,

14.2.2025 Francesco Cundari. linkiesta.it lettura3’

scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

Dal caso Almasri alla telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin, era parecchio tempo che non si assisteva a un ritorno in così grande stile della ragion di stato e del realismo politico nel dibattito pubblico. Ovunque ci si volti, è tutto un grave ammonirci a non confondere i bei principi con la dura logica dei rapporti di forza, a non scambiare i nostri pii desideri per la realtà di questo mondo grande e terribile, a tenere separata la politica dalla morale (che mi va benissimo, ma forse ogni tanto si potrebbe fare anche uno sforzo in più per separare la politica dall’empietà).

Ad ogni modo, se nel caso del torturatore libico l’appello alla ragion di stato ha perlomeno una certa attinenza ai fatti, non si capisce per quale motivo il capovolgimento della politica americana sull’Ucraina deciso da Trump darebbe ragione a chi, in nome del realismo politico, sosteneva sin dall’inizio che non fosse giusto inviare agli aggrediti le armi e ogni altro aiuto da loro richiesto. A meno che per realismo non si intenda semplicemente la capacità di indovinare subito chi sarà il vincitore e schierarsi dalla sua parte. Ma se di questo si tratta, non ci voleva poi molto, neanche nel 2022, per capire chi fosse il più forte tra Russia e Ucraina, e che di conseguenza, senza il sostegno americano, l’eroica resistenza dell’aggredito non avrebbe potuto fermare a lungo l’aggressore.

Il sostegno occidentale di questi tre anni ha consentito agli ucraini di intercettare almeno una parte dei missili lanciati contro le loro case (scusate se è poco) e di liberare almeno una parte dei territori occupati (e delle relative camere di tortura). Il fatto che il sostegno occidentale non sia stato sufficiente a fermare del tutto l’avanzata russa non significa che non abbia ottenuto nulla, e in ogni caso sarebbe semmai un argomento per sostenere che avremmo dovuto fare di più, non di meno.

È tutto da vedere, naturalmente, quanto e come le pessime premesse dell’iniziativa diplomatica annunciata da Trump si tradurranno in realtà, ma certo il fatto che tanti pseudo-pacifisti oggi la indichino come la dimostrazione delle loro buone ragioni somiglia molto a un’involontaria confessione: che per far cessare la guerra la strada più breve fosse abbandonare l’Ucraina, chiamare Putin e chiedergli come potessimo aiutarlo lo sapevamo già. E non c’è dubbio che se lo avessimo fatto la prima cosa che ci avrebbe chiesto sarebbe stata proprio l’interruzione di ogni fornitura militare agli ucraini.

 

Esattamente come in Italia chiede da tempo un ampio spettro di forze politiche, giornalistiche e intellettuali, con il risibile argomento secondo cui dare agli ucraini le armi che chiedevano sarebbe servito solo a prolungare la guerra.

Una scemenza cui non credono nemmeno quelli che oggi tornano a ripeterla (altrimenti, parafrasando una battuta di Massimo Adinolfi, non si capisce perché non propongano di inviare le nostre armi a Putin, modo sicurissimo per porre fine al conflitto nel tempo più breve).

Ma comunque si concluda – ammesso e non concesso che si concluda in qualche modo – l’iniziativa trumpiana sull’Ucraina, il segnale arrivato alle orecchie di Putin è chiarissimo: da criminale di guerra e paria nel consesso internazionale è già stato elevato a unico interlocutore della prima potenza mondiale al tavolo in cui si dovrebbero decidere i destini dell’Ucraina, e dunque, anche, dell’Europa. Entrambe di fatto già private della protezione americana. Tanti maestri di cinismo politico e realismo strategico forse dovrebbero riflettere meglio sulle prevedibili conseguenze che tutto questo potrebbe avere per noi, in un futuro ormai vicinissimo.