Le parole della possibile capolista in Calabria sull’Ucraina e sulla brigatista Balzerani dicono molto del nuovo centrosinistra,
-Francesco Cundari 3.9. 2025linkiesta.it lettura3’
scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
Da giorni mi domando se dire la mia sul caso sollevato dalla scelta di Donatella Di Cesare come capolista in Calabria, annunciata dal candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione, l’ex presidente dell’Inps e attuale parlamentare europeo del Movimento 5 Stelle Pasquale Tridico. A trattenermi, finora, erano state diverse ragioni, ma sopra ogni altra cosa la pigrizia.
Per parlare di Di Cesare, infatti, avrei dovuto necessariamente parlare prima di Tridico, e già qui mi era passata la voglia. E prima ancora di Tridico, oltretutto, avrei dovuto parlare di Elly Schlein e del modo in cui ha voluto costruire la coalizione, e quindi anche di Roberto Fico in Campania, con tutta l’annessa vicenda legata alla sistemazione di Vincenzo De Luca e dei suoi cari, per non parlare della telenovela pugliese, che sembrerebbe ora in via di soluzione, anche se non ho capito bene come.
Magari con una nuova svolta di Salerno – intesa come quella che ha portato all’accordo con De Luca in Campania – cioè con un cugino di Michele Emiliano e un cognato di Nichi Vendola alla guida di qualcos’altro, chi lo sa, o forse semplicemente con entrambi assessori (Emiliano e Vendola, dico, non i loro congiunti).
C’erano insomma tante cose più importanti di cui parlare, a essere onesti, prima di arrivare alla scelta di Di Cesare e alle polemiche suscitate non tanto dalle sue posizioni sull’Ucraina, che personalmente considero gravissime, quanto da un suo vecchio tweet scritto in occasione della scomparsa di Barbara Balzerani, brigatista responsabile di diversi omicidi, nonché componente del commando che rapì Aldo Moro. Questo il testo integrale (visto che i suoi difensori parlano di dichiarazioni tagliate e decontestualizzate ad arte): «La tua rivoluzione è stata anche la mia, le vie diverse non cancellano le idee, con malinconia un addio alla compagna Luna».
Alla fine ho deciso di vincere la pigrizia per parlare proprio di questo, anche se molto è stato già detto sul tweet nel suo insieme e anche sulla scelta dei singoli termini, dall’adesione a un’idea di rivoluzione che «è stata anche la mia» alla «malinconia» e alla «compagna». Io però vorrei concentrarmi sull’espressione «vie diverse».
Anzitutto perché è inquietante veder sminuire in tal modo la scelta di uccidere degli innocenti, quasi si trattasse di una scelta politica come un’altra, di un diverso e ugualmente legittimo punto di vista, di una distinzione da poco, che non cancella e nemmeno intacca il comune patrimonio ideale. Nella scelta di quell’espressione c’è però qualcosa di più. Il lessico è purtroppo rivelatore e costringe a riflettere molto amaramente chi come me ha sempre creduto che la storia del comunismo italiano avesse avuto una sua originalità e anche una sua reale evoluzione democratica, sia pure in forme più contrastate e contraddittorie di quelle affermate dalla propaganda, oltre che da una memorialistica piuttosto autoindulgente.
Un racconto che partiva naturalmente da quella «via italiana al socialismo» che sin dai tempi di Palmiro Togliatti avrebbe garantito l’originalità e la diversità dei comunisti italiani. Ma proprio la rapidità e la portata della regressione politico-culturale vissuta da quel mondo, per come si è implacabilmente squadernata sotto i nostri occhi nelle tante discussioni sull’Ucraina, dove gli pseudo-argomenti di Di Cesare non sono certo rimasti un caso isolato, costringono tutti, me per primo, a rivedere molti passati giudizi sulla sincerità e sulla solidità di quell’evoluzione. E qui bisognerebbe allargare il discorso, o riprenderlo da dove avrebbe dovuto cominciare, perché la regressione comincia nel 2019, con la scelta di sposare in pieno il populismo grillino, fino a farne proprie persino le tesi più deliranti. Tipo la teoria del superbonus che si autoripaga, particolarmente impressionante in bocca a gente che aveva passato i precedenti trent’anni a vantare l’avanzo primario come principale risultato della propria stagione di governo.
Almeno quanto fa impressione immaginare Di Cesare capolista nella coalizione guidata da un partito che su Aldo Moro ed Enrico Berlinguer che si davano la mano ha costruito l’intera narrazione delle proprie leggendarie radici, dei propri valori inconcussi, della propria inscalfibile identità. Insomma, a ben vedere, il caso Di Cesare non è una novità. Ma soprattutto non è un caso.