Positivo della parata cinese è stata chiarire a tutti l’inconsistenza della strategia della Casa Bianca,e il pro Putin
Francesco Cundari 5 Settembre 2025 linkiesta.it lettura2’
scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
L’unica conseguenza positiva venuta dalla grande parata militare di piazza Tian An Men mi pare sia stata una generale presa di coscienza, dopo tante chiacchiere, circa i risultati concreti ottenuti da Donald Trump sulla scena internazionale. La prova di forza della Cina, con l’enorme allargamento della sua potenziale sfera d’influenza sancito dall’immagine dei capi di tre dei regimi più repressivi del pianeta che si ergono a paladini di un nuovo ordine mondiale, ha fatto giustamente concludere che la strategia della Casa Bianca volta a separare Mosca da Pechino e rilanciare l’egemonia americana nel mondo ha prodotto l’esito diametralmente opposto, in men che non si dica.
Una conclusione cui sono giunti praticamente tutti gli osservatori, persino in Italia, forse con l’unica eccezione di Goffredo Bettini, che ieri in un’intervista al Fatto spiegava come Trump avesse capito la realtà del mondo più degli europei. Io direi semmai che è da vedere quanto gli europei abbiano capito Trump.
Sta di fatto che ieri, appena conclusa a Parigi l’ennesima solenne riunione dei cosiddetti volenterosi (sto meditando di lanciare una campagna per smettere di chiamarli così, ma ne parleremo un’altra volta), è arrivata la notizia, pubblicata dal Financial Times, della decisione americana di tagliare i programmi di assistenza agli eserciti dei paesi dell’Europa orientale confinanti con la Russia.
Un risultato direi non proprio incoraggiante, se non per Putin. E certo non molto coerente con l’obiettivo della riunione, incentrata sull’impegno di ventisei paesi a partecipare a una coalizione multinazionale chiamata a garantire la sicurezza dell’Ucraina, all’indomani di un futuro accordo di pace. Inutile perdersi ancora una volta nei distinguo di Giorgia Meloni, notoriamente la più svogliata dei volenterosi, che come al solito partecipava alla riunione da remoto e che secondo i giornali avrebbe manifestato ancora una volta la contrarietà dell’Italia all’invio di truppe, pur dicendosi disponibile a svolgere «iniziative di monitoraggio e formazione» dei soldati di Kyjiv, «ma al di fuori dei confini ucraini» (da remoto anche questo, insomma).
Resta poi da capire se tutto questo dibattito sulle garanzie di sicurezza, viste le resistenze americane e le divisioni dentro la stessa Unione europea, non finisca per essere inutile o addirittura dannoso, dal momento in cui non c’è alcun cessate il fuoco alle viste (motivo per cui appare inutile) e certo l’idea di mandare soldati non fa guadagnare consensi ai sostenitori dell’Ucraina (motivo per cui rischia di rivelarsi persino dannoso). Tanto che lo stesso ex ministro degli Esteri di Kyjiv, Dmytro Kuleba, in un articolo uscito ieri sul Washington Post, invitava a lasciar perdere, e pensare piuttosto alle forniture di armi e all’integrazione del suo paese nell’Ue, e magari a consentire all’Ucraina di colpire più in profondità e senza restrizioni in territorio russo (altro punto su cui Meloni, alla riunione di Parigi, ha ribadito la sua posizione di netta contrarietà).
Ma è pur vero che in un’Europa – e in un’Italia, ancor più – in cui buona parte della classe dirigente e dell’opinione pubblica oscilla tra inconsapevolezza, indifferenza e aperta negazione della realtà, rispetto alla minaccia che abbiamo davanti, tutto ciò che segnala una presa di coscienza del pericolo e una conseguente assunzione di responsabilità andrebbe salutato con favore.