Gentiloni, Kaag, Le Maire e Regling lanciano un appello comune per un’Europa più coesa e competitiva.
Mario Lavia, 6.9-2025 linkiesta.it lettura2’
Nel nostro Paese però il confronto resta fermo, con una destra nazionalista e un centrosinistra ambiguo. Diamoci una mossa, senza illusioni
Come rafforzare concretamente l’Europa non è un tema che mediaticamente si vende molto. E non è roba con cui si prendono i voti. La questione, pur cruciale, resta tra gli addetti ai lavori. I quali, ogni tanto, provano a dire delle cose. A uscire dalle chiacchiere.
I documenti e i discorsi di Mario Draghi sono lì, per chi volesse farne una piattaforma politica. Ieri è apparso un nuovo contributo. Il punto è che «in un mondo in cui le regole si stanno sgretolando e il potere globale si misura sempre più in termini di forza e velocità, l’Europa continua a mostrarsi lenta, frammentata e timorosa. Esiste un’unica America, un’unica Cina, ed è tempo che esista anche un’unica Europa»: così si apre l’appello pubblicato dal Sole 24 Ore e da altre testate europee, firmato da Paolo Gentiloni, Sigrid Kaag, Bruno Le Maire e Klaus Regling.
L’Europa si unisca, cresca, diventi un attore globale, dicono tutti, salvo poi ripiombare nelle bagatelle nazionali: ecco, qui c’è materiale. Ma la domanda vera è questa: esiste in Italia una coalizione che possa assumere queste indicazioni? La risposta è no.
Non può farlo una destra nazionalista e intrinsecamente antieuropea (esplicitamente nel caso della Lega, partito di estrema destra simpatizzante di Mosca); né può farlo il centrosinistra, anch’esso attraversato dalla Grande Incertezza del Partito democratico, perlomeno al livello del gruppo dirigente, sui temi europei, e dal provincialismo anch’esso poco sensibile alla causa ucraina e alla battaglia per l’autonomia europea in materia di difesa come il Movimento 5 Stelle (M5s), che considera l’Europa più un noioso intralcio che un’opportunità storica.
A parole sono tutti europeisti. Ebbene, che dicono Giorgia Meloni ed Elly Schlein di queste proposte?
Per esempio, sull’economia il documento di Gentiloni e gli altri propone «un grande piano di investimenti europei da settecentocinquanta miliardi di euro, destinato a rafforzare la produttività, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e la transizione verde. Per rendere il progetto efficace, viene indicata come priorità la piena realizzazione dell’Unione dei mercati dei capitali entro il 2027, a partire da Francia, Germania e Italia».
È una proposta che ha il sostegno del centrosinistra? E il governo che dice? Poi c’è la questione, decisiva, della struttura politica dell’Unione europea. I promotori chiedono di superare il meccanismo della presidenza a rotazione e di unificare i ruoli del presidente della Commissione europea e del Consiglio europeo, creando così una figura unica di direzione politica.
Altro nodo cruciale è l’eliminazione del diritto di veto, considerato un freno all’efficienza decisionale. Ci sono molte altre proposte concrete. Sta al Pd farne un pezzo della sua linea politica? E se sì, è pronto a sfidare Giuseppe Conte su questo terreno?
Lo stesso dicasi per la presidente del Consiglio: sull’Europa si muove con l’impaccio tipico dei trumpiani, cioè di chi detesta l’Ue. Questa è una buona occasione per misurare il tasso di europeismo, e per capire se lei è davvero in Europa o se naviga tra i continenti come un viaggiatore del Cinquecento. Si attendono risposte, senza illusioni.