la Cgil di Maurizio Landini, che ha tracciato una chiara rotta verso una radicalizzazione a sinistra delle proprie posizioni.
Paolo Torricella Pubblicato 4 Ottobre 2025 ilsussidiario.net lettura4’
Lo sciopero "per Gaza" voluto dalla Cgil ha mostrato l'esistenza di un progetto di scontro sociale egemonizzato da un nuovo partito antagonista
Dopo che il cardinale Pizzaballa ha chiarito che anche dal suo punto di vista l’esperienza delle imbarcazioni spedite verso Gaza non ha alcun tipo di beneficio diretto per chi oggi soffre in terra palestinese, appare chiaro a tutti che quella in corso è una mobilitazione su Gaza, molto di più di quanto non lo sia per Gaza.
Una tale quantità di persone tutte contemporaneamente per strada per motivi astrattamente politici non si vedevano in Italia forse dai tempi di Beppe Grillo.
E l’altra novità è che a riempire le piazze non è stato un partito politico, bensì il primo sindacato italiano, la Cgil di Maurizio Landini, che ha tracciato una chiara rotta verso una radicalizzazione a sinistra delle proprie posizioni.
Le piazze sono state riempite da lavoratori e lavoratrici, da ragazzi e da ragazze, molto meno da pensionati e pensionate, ed anche questa è una novità.
Il tema non riguardava direttamente la politica interna, ma il messaggio è rivolto a tutti i partiti ed in particolare a quelli di sinistra, ovvero alla potenziale coalizione di centrosinistra. Da oggi esiste un soggetto politico autonomo e nuovo che si vuole riportare al centro del dibattito sociale e politico e alle originarie idee che furono alla base del fondamento della costituzione di quel sindacato.
La Cgil non è mai stato un sindacato autenticamente vertenzialista. Per i suoi iscritti la dinamica del rapporto con i “padroni” ha sempre avuto un connotato altamente politico e la critica che oggi Landini muove alla società contemporanea è la critica al capitalismo in quanto tale, non ai suoi effetti o alle mere dinamiche salariali.
La critica alla reazione israeliana contro i territori palestinesi è una critica alle intenzioni affaristiche che il presidente americano Trump ha chiaramente espresso. Quindi sostenere il popolo palestinese significa implicitamente combattere il capitalismo.
Perciò le persone portate in piazza sono utili ad un percorso di rinascita dell’idea di critica al capitalismo piuttosto che alle idee di pace.
Sono certamente tante e sono sicuramente persone consapevoli del perché sono in piazza, ma allo stesso tempo – per quanto strano possa sembrare – sono del tutto disinteressate alle dinamiche elettoralistiche tipiche dei partiti. Il progetto di Landini è ricostruire un’area sociale che abbia come punto di riferimento la critica al capitalismo piuttosto che riempire le urne del Pd.
Alla base di tutto c’è la volontà di recuperare uno spazio politico di critica, e quindi di opposizione al sistema, piuttosto che di contrapposizione al governo. La lettura è classicamente marxista. Il principio resta quello del conflitto tra capitale e lavoro e le sovrastrutture sociali non sono altro che elementi ed espressione di questo conflitto.
Portare le masse all’interno di questa contraddizione significa rafforzare le tesi di chi vede solo nella possibilità di abbattere il capitalismo la soluzione di tutti i problemi.
È chiaro che una posizione così radicale non è funzionale al Partito democratico, come lo si è immaginato in questi anni, ovvero come luogo di sintesi e dialogo tra la cultura cattolico-democratica e quella comunista. L’obiettivo di Landini, e anche della Schlein, è rilanciare quest’area politica e renderla centrale come forza di opposizione. Se poi avrà anche forza elettorale, non sarà quella la prima necessità da soddisfare per ritenere vincente l’intera operazione.
Questa radicalizzazione renderà sempre più profondo il solco tra chi vuole sconfiggere la Meloni e chi vuole riattivare il conflitto sociale. E porterà quindi a tenere sempre più lontane le culture politiche che non vengono assimilate da questa visione.
In pratica questa piazza è un grande successo di chi ha avuto in mente questa strategia e al contempo la peggiore delle sconfitte per chi vuole costruire un’opposizione politica ampia. O almeno talmente ampia da poter includere chi non la penso esattamente così. Perciò, partiti come il M5s da una parte ed il gruppo dirigente del Pd dall’altra si sentono pienamente dentro questo percorso. Così come altre forze di sinistra.
Meno probabile che possano dialogare ed includere i moderati e i riformisti, visti come sostanziali avversari se non addirittura nemici, anche quando schierati all’interno dello stesso partito.
Bisogna indubbiamente festeggiare il fatto di rivedere la politica alta riportata nelle piazze. Ma questo obbligherà tutti a fare i conti con una nuova realtà apertamente politica che vuole competere con il sistema diventandone antagonista e non esserne parte per poterlo gestire.
I problemi dei palestinesi quindi non sono altro che i problemi di tutti i popoli oppressi dal capitale e perciò la solidarietà politica delle piazze non ha nulla di umanitario o di astrattamente pacifista, ma è solidarietà tra oppressi dal capitale che vuole mettere le mani sulle vite delle persone. Questa è la visione di Landini, piaccia o meno a chi lo vuole come alleato – e su questo bisognerà aprire una riflessione.
Può essere l’inizio di qualcosa di importante e contemporaneamente la fine di un progetto politico – lasciando ancora nelle mani del centrodestra per lungo tempo il governo del Paese – fintanto che quell’area politica non sarà sufficientemente ampia da potersi presentare al governo.
Chi si aspettava mosse tattiche verrà deluso. Per essere ancora più chiari, l’obiettivo è molto più ampio e politicamente rilevante che vincere alle prossime elezioni. Almeno nelle intenzioni di chi sta strutturando questa manovra. Se non ci saranno delle forze moderate in grado di assorbire questo percorso all’interno di una cultura riformista, che dia senso a questo disagio e lo renda politicamente utile al governo del Paese, bisognerà stare attenti a che il massimalismo eccessivo non produca effetti distorti.
E perciò oggi più che mai c’è bisogno che a sinistra si torni a parlare di politica per la politica ed a costruire percorsi più ampi e meditati che non meri listoni elettorali con cui sostenere questo o quel candidato alla regione.