sciopero generale contro la Legge di bilancio, ma c'è il problema della data in cui dovrebbe tenersi
Giuliano Cazzola 28 Ottobre 2025ilsussidiario.net lettura4’
I nuovi “compagni di merende” di Maurizio Landini – la galassia dei sedicenti sindacati di base – gli hanno combinato un altro scherzo da prete, forti dell’esperienza del 22 settembre quando hanno surclassato, almeno nelle manifestazioni, lo sciopero generale proclamato – in uscita anticipata dal lavoro – dalla Cgil il 19 settembre, obbligando, poi, la più importante organizzazione sindacale ad accodarsi agli scappati di casa del sindacalismo italiano nello sciopero generale del 3 ottobre, per protestare contro l’arrembaggio della “flotilla” da parte delle forze speciali israeliane.
Questa volta il colpo di mano dei Cobas (e dintorni) è stato ancor più imbarazzante per il conducator della Cgil, che si è visto scippare lo sciopero generale ormai consueto durante la sessione di bilancio dai nuovi alleati, i quali hanno già proclamato l’astensione al grido di “blocchiamo tutto” per il 28 novembre.
Sperando che arrivi un giorno in cui i lavoratori si accorgeranno di essere usati come carne da cannone nelle competizioni tra organizzazioni sindacali per il primato tra chi tenta di sfasciare per primo il Paese (che per fortuna continua ad andare per la sua strada), è bene che comincino a riflettere in merito a qual è il vero problema di Landini oggi: confluire armi e bagagli nello sciopero del 28 novembre oppure fissare l’astensione dal lavoro della Cgil in un’altra giornata?
Si tratta di una scelta che presenta parecchi problemi. In primo luogo, un’azione di protesta ha un senso se interviene quando i processi decisionali sono in corso ovvero durante la prima lettura del ddl di bilancio (ora affidata al Senato) che, nei fatti, come avviene sempre, sarà quella definitiva perché la Camera ratificherà il testo uscito da palazzo Madama per i soliti problemi della scadenza del 31 dicembre (e, perché no?, delle festività natalizie). Vi sono, inoltre, delle regole per l’esercizio del diritto di sciopero: una di queste viene definita come “rarefazione”, nel senso le astensioni dal lavoro possono essere dichiarate 10 giorni prima o 10 dopo lo svolgimento di un altro sciopero.
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Questa regola è stata violata durante la settimana di follia a cavallo tra fine settembre e l’inizio di ottobre ed è su questo punto che è intervenuta la Commissione di Garanzia. È plausibile pertanto che l’anticipo dello sciopero rispetto alla data del 28 novembre presenti dei problemi organizzativi dopo la mobilitazione romana del 25 ottobre, mentre il posticipo rischia di arrivare a cose fatte.
Cgil
Landini sfiderà di nuovo i rilevi della Commissione di Garanzia, accusandola di essere al servizio del Governo e di prevaricare il diritto costituzionale sancito all’articolo 40? È la soluzione più probabile, ma non è un bel mestiere quello di sfasciare delle regole che servono a conciliare i diritti del sindacato con quelli dei cittadini, in nome di un principio di civiltà che fu proclamato tale proprio dai sindacati più di trent’anni or sono.
Potrebbe esserci un piano B: confluire nella manifestazione degli studenti il 14 novembre. Ma anche in questo caso vi sarebbero sia l’handicap della preparazione, sia quello di andare a rimorchio di altri. Poi, l’anticipo presenterebbe un altro problema (anche questo sanzionabile dalla Commissione di Garanzia): l’interferenza con le elezioni in tre importanti regioni.
Per inciso è bene richiamare l’attenzione sull’impresa compiuta dai sindacati di base che hanno invitato i militanti a protestare via mail con la Commissione, la cui segreteria riceva da giorni caterve di insulti e minacce; poi dicono che la sinistra non è violenta.
In attesa di vedere come finirà la sfida degli sfasciacarrozze vecchi e nuovi verrebbe da credere che, ammesso e non concesso un briciolo di onestà intellettuale di Landini, il leader della Cgil potrebbe affermare che il suo sciopero non ha dei vincoli legati alla sessione di bilancio e quindi potrebbe essere svolto anche in altro qualsiasi momento perché ha come obiettivo “un’altra idea dell’Italia”, di un Paese cioè a cui non importa nulla delle regole finanziarie comuni che l’Unione europea si è data, anzi sollecita anche i sindacati degli altri Paesi a mobilitarsi per cambiarle; un Paese che si fida di Putin e perciò è contrario a una maggiore spesa per il riarmo (benché si tratti di una decisione assunta in sede Nato) che potrebbe rappresentare un elemento importante di quella politica industriale così intensamente rivendicata; un Paese che deve accettare come verità assolute la sua narrazione di una società che non esiste per quanto riguarda l’occupazione, la precarietà, il fiscal drag e la tutela dei redditi più bassi; un Paese indifferente alla crisi di un sistema pensionistico strangolato dal combinato disposto tra le denatalità e l’invecchiamento e che trova inaccettabile che nel 2027 si debba lavorare un mese in più.
Landini non prova neppure a negoziare qualche miglioramento di una Legge di bilancio che destina gran parte delle risorse al lavoro e che si spinge fino a varare una delle richieste più farlocche dei sindacati e della stessa Cgil: la detassazione degli aumenti dei rinnovi contrattuali del 2025 e 2026 per i redditi inferiori a 28mila euro; una misura sperequativa che diventa una flat tax incrementale e che taglia le gambe alla progressività dell’imposta.
La Legge di bilancio è parte della vicenda quotidiana di un Paese che deve trovare un’altra via maestra. Lo sciopero deve servire a questa palingenesi, non a migliorare le buste paga. Anche il socialismo rivoluzionario dei primi del Novecento ragionava così: sarebbe venuto un momento in cui durante uno sciopero generale sarebbero maturate per il proletariato le condizioni per la conquista del potere.
Intanto anche Bombardieri, il sodale che lo ha accompagnato in almeno tre scioperi generali tra i più inutili della storia, lo “ha rimasto solo”. A Maurizio Landini restano i talk show a farlo circolare come una Madonna pellegrina e a farlo parlare senza che ai conduttori venga da ridere.