Margine stretto Il Ponte di Messina è tecnicamente possibile, ma è progettato senza

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precauzione…perché l’opera non manca di soluzioni tecnologiche ma di rigore metodologico

Laura De DonatoItalia 19 Dicembre 2025 linkiesta.it lettura 7’

Alessandro Martelli, ingegnere antisismico di fama internazionale, spiega a Linkiesta perché l’opera non manca di soluzioni tecnologiche ma di rigore metodologico

Il ponte sullo Stretto di Messina: una grande opera che potrebbe diventare simbolica delle scelte politiche future dell’Italia per impegno economico, almeno 13 miliardi e mezzo di euro, numero di lavoratori e di imprese coinvolti, abilità e lungimiranza nella progettazione e nella realizzazione del ponte a campata unica più lungo del mondo e per la possibilità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti.

Proviamo a lasciare da parte tutte le criticità politiche e sociali che ancora lo circondano: l’opposizione sollevata da comitati di cittadini, amministrazioni locali, associazioni ambientaliste su entrambe le sponde interessate per la tutela del paesaggio e degli ecosistemi, marino e terrestre, che inevitabilmente subiranno un trauma profondissimo.

Sospendiamo il giudizio sulle modalità di coinvolgimento e di compensazione per siciliani e calabresi, che dovranno spostare altrove abitazioni, terreni agricoli, strutture turistiche, commerciali o produttive per lasciare spazio alla costruzione dei pilastri, dei cavi di ancoraggio e delle infrastrutture relative al passaggio di strada e ferrovia.

Supponiamo che vengano affrontati, nella fase di progetto esecutivo e di realizzazione dell’opera, gli annosi problemi di carenza di vie di comunicazione – autostrade, strade e ferrovie – fino a ridosso del futuro ponte sul versante calabrese e su quello siciliano che, allo stato attuale, darebbero origine a code infinite e nodi di traffico tali da rendere discutibile l’utilità di un ponte che farebbe guadagnare circa un’ora di tempo nel flusso di merci e persone tra l’isola e il continente.

Dimentichiamo anche il blocco, da parte della Corte dei conti, per: violazioni di norme ambientali; irregolarità dell’appalto, fatto sulla base di criteri fissati circa 20 anni fa e di un progetto diverso da quello attuale; irregolarità del piano economico, finanziario e tariffario, che prevedeva in origine una partecipazione di circa il 50 per cento a carico di privati, mentre ora il ponte dovrebbe essere finanziato al 100 per cento con denaro pubblico; mancanza del parere dell’Autorità per la regolazione dei trasporti.

In ultimo, lasciamo perdere la recente motivazione sull’urgenza dell’opera, che sarebbe strategica per ragioni di difesa nazionale ed europea, spiegata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in un’intervista, con il rischio di un «attacco da Sud», condizione respinta nelle motivazioni e nell’ipotesi di finanziamento dall’Europa stessa, ma che ha offerto occasione di sfogo, ironia e creatività ai tanti produttori di contenuti digitali in rete (si veda, tra tutti, il video intitolato “Attacco da sud, un film di Antonio Tajani”, diventato virale nelle scorse settimane).

Tornando alla scelta del Governo di mantenere fede alla decisione di costruire il ponte senza se e senza ma, c’è una questione squisitamente scientifica sulle scelte progettuali che, fra le tante discussioni, è rimasta quasi ai margini, relegata per lo più a canali tecnici specialistici cui la gran parte della popolazione non accede, ma che sembra invece avere una rilevanza di primo piano: quali sono i criteri tecnici precauzionali adottati in progetto per costruire un ponte a campata unica, lungo oltre tre chilometri e mezzo, in una zona sismica estremamente complessa, esposta a venti fortissimi e maremoti, su cui, a differenza degli altri ponti simili costruiti in altre parti del mondo, transiteranno anche treni veloci?

A spiegare in cosa consista la questione scientifica è il professore emerito in Costruzioni in zona sismica dell’Università di Ferrara, già direttore del Centro ricerche Enea di Bologna, Alessandro Martelli, che fra le altre attività significative ha partecipato alla ricostruzione, con tecnologie antisismiche, del centro storico di Gemona, distrutto dal terremoto del Friuli 50 anni fa, e della tristemente nota scuola elementare Francesco Jovine di San Giuliano di Puglia, in Molise, crollata durante un terremoto il 31 ottobre 2002, causando la morte di 27 bambini e della loro maestra.

L’ingegner Martelli, oltre ad avere svolto consulenze per diversi ministeri, ha condotto intense attività internazionali in materia di progettazione antisismica in Giappone, Cina, California e Turchia, che hanno contribuito alla creazione di una sua visione positiva nei confronti dell’intraprendenza sulle grandi infrastrutture, ma soprattutto di una solida cultura di prevenzione dei danni e delle morti dovute ai terremoti.

«Il ponte sullo Stretto si può fare – dichiara Alessandro Martelli – e ci sono tutte le conoscenze tecnologiche necessarie per costruirlo in sicurezza, ma il progetto definitivo della Società Stretto di Messina non offre garanzie di sicurezza e di trasparenza. La progettazione dovrebbe essere accompagnata dalla completa messa a disposizione degli elaborati via via prodotti, da indagini geofisiche adeguate e dalla messa in atto di forme significative di partecipazione attiva dei cittadini, come è prassi consolidata in tutti i Paesi sviluppati». Pensiero che ha espresso più volte sia per iscritto sia all’interno di consessi scientifici.

Uno dei punti chiave a cui si riferisce l’ingegner Martelli, in materia di sicurezza sismica, è la scelta del cosiddetto Terremoto di progetto, cioè la magnitudo massima del terremoto che, secondo il progetto, il ponte potrebbe sostenere senza subire danni.

Attualmente il terremoto di progetto adottato dalla società è di magnitudo 7,1 della scala Richter, come quello che colpì la Calabria meridionale nel 1783, causando 30.000 vittime, e quello di Messina e Reggio Calabria del 1908, che uccise 80.000 persone nel Messinese e 15.000 a Reggio Calabria.

«La misura di 7,1 è teorica – spiega Martelli – perché in entrambi i casi, all’epoca dei terremoti presi a riferimento, non esistevano tecnologie di precisione per misurare gli spostamenti nel terreno provocati dal sisma, e quell’unità di grandezza è calcolata dunque per paragone con strutture e terremoti analoghi più recenti, cosa che comporta un’ampia incertezza».

Per affrontare in modo scientifico e obiettivo questi e altri dubbi, la senatrice a vita Elena Cattaneo ha organizzato, lo scorso 18 novembre, un convegno presso il Senato della Repubblica, offrendo tanto al comitato scientifico incaricato quanto agli esperti che esprimono dubbi profondi sulla sicurezza di questo progetto definitivo l’occasione di confrontarsi pubblicamente sui nodi tecnici.

Relatori, tra gli altri, l’amministratore delegato della Società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, il geologo già presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), Carlo Doglioni, Gianluca Valensise, sismologo e dirigente di ricerca dell’Ingv, oltre ad altri esperti e accademici.

La differenza di vedute fra i due sismologi Valensise e Doglioni è stata da subito evidente nella valutazione degli studi sull’attività sismica e sui maremoti che potranno interessare l’area dello Stretto, al punto che una faglia nota come faglia di Cannitello, composta da vari piani sub-paralleli che possono attivarsi, considerata da Carlo Doglioni come potenziale pericolo sismico nel caso in cui arrivasse in superficie, nella relazione del sismologo Valensise non è stata considerata neppure come faglia.

Quali sono i criteri che si potrebbero adottare per conferire maggiore affidabilità al progetto sul ponte?

Insieme a Sergio D’Offizi, già direttore Ambiente di Enel e Sogin, abbiamo proposto di adottare un terremoto di progetto di magnitudo 7,8, ovvero 0,7 in più rispetto al 7,1 attualmente previsto. Il suggerimento è il risultato di un calcolo prudenziale definito dalla cosiddetta legge Panza-Rugarli, in base alla quale ritengo, assieme ad esperti sismologi, che debba essere definita la magnitudo dei terremoti di progetto del ponte sullo Stretto di Messina: M = 7,1 (magnitudo momento teorica dei terremoti del 1783 e del 1908) + 0,7 = 7,8. La legge Panza-Rugarli costituisce un’interpretazione moderna dell’empirismo di Hutton (1795), mediata attraverso la necessità di gestire l’incertezza in modo quantitativo grazie alle tecnologie che nel ’700 non esistevano: si tratta di un “ponte” tra la filosofia dell’uniformità dei processi naturali e i moderni strumenti matematici, al fine di quantificare e gestire l’incertezza di tali processi nel tempo.

Quali sono le altre variabili principali di cui si deve tenere conto per valutare la stabilità del ponte?

Oltre alla magnitudo, che è una misura di energia, bisogna tenere conto dell’accelerazione massima del terreno. In recenti terremoti meno potenti di 7,1, quelli considerati per il calcolo del terremoto di progetto, l’accelerazione è stata di 1, molto maggiore dello 0,506 considerato nel progetto, dove la magnitudo era molto più bassa. Poi c’è il vento, che può raggiungere i 300 km/h, ragione per cui nei ponti a campata unica in Giappone, ad Awaji, e sullo stretto dei Dardanelli, in Turchia, non è previsto il passaggio dei treni. I maremoti sono un’altra variabile da prevedere con la massima precisione. Sebbene in Italia non si siano mai verificati terremoti di magnitudo elevata come quelli, ad esempio, del Giappone o della Turchia, in diversi casi ai terremoti fortissimi si sono associati maremoti causati da frane sottomarine. È il caso di quello in Val di Noto, in Sicilia, del 1693, con magnitudo momento Mw = 7,3–7,5 e con 54.000–60.000 vittime, e di entrambi i terremoti già citati a Messina e in Calabria. La possibilità che si verifichino nuovamente disastrosi maremoti nell’area dello Stretto di Messina è uno dei motivi per i quali il ponte che lo attraverserà sarà a campata unica sospesa. Tuttavia, nel progetto non sono state previste, a mio avviso, protezioni adeguate né per il vento né per proteggere la strada e la ferrovia dall’acqua. Poi ci sono i cavi che sostengono l’impalcato che, secondo il professor Risitano, ex preside di Ingegneria a Catania, avranno gravi problemi di usura per fatica: in Giappone le prove sperimentali sono tuttora in corso e dureranno anni.

In definitiva, se si ritiene che ci siano tecnologie adeguate all’altissima sismicità dell’area dello Stretto, perché secondo lei non sono stati previsti dissipatori viscosi e altre strutture abbastanza forti da prevenire anche le ipotesi peggiori a protezione del ponte?

Allo stato attuale non si capisce perché non si vogliano correggere degli errori. La mia impressione, che non mi stanco di esprimere finché ne avrò forza, è che manchi la sensibilità sui rischi sismici del nostro Paese. Continuiamo a costruire scuole, ospedali, le strutture più importanti per la sicurezza della popolazione e dei nostri figli, che sono a rischio perché manca la sensibilità. Questo ponte, con un progetto più realistico e l’adeguamento delle infrastrutture viarie, si potrebbe fare. La chiusura del comitato tecnico scientifico e della Società Stretto di Messina fa pensare che, in realtà, non lo si voglia davvero costruire.