Ogni astensione del Movimento 5 Stelle è un colpo al progetto di centrosinistra.
Mario Lavia, 15.1.2026 linkiesta.it lettura 2’
Tra Iran, Ucraina e diritti umani, la leadership Pd deve emergere prima che sia troppo tardi: il campo largo va chiarito o dissolto
Il calvario del campo largo si chiama politica estera. Ed è una Via Crucis che Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, percorre ogni giorno, portando testardamente sulle spalle il peso di un’alleanza che, a forza di smentirsi, alleanza non è. Dopo l’ennesima spaccatura – ieri al Senato sull’Iran – la domanda torna a imporsi, implacabile: quando ci sarà un chiarimento vero, definitivo, con Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle? Inutile tergiversare ancora. Perché la clessidra della politica scorre più veloce di quella appoggiata sui tavoli dei leader, e ogni giorno di ambiguità si trasforma in un fardello che rischia di soffocare nella culla dell’incertezza il progetto di un’alternativa alla destra governante e sugli scudi.
Persino davanti a una risoluzione bipartisan di pura, elementare, solidarietà al popolo iraniano, il Movimento 5 Stelle ha sentito il bisogno di distinguersi astenendosi. La motivazione ufficiale è il solito refrain: contrarietà a qualsiasi intervento militare. Ma il punto – evidente a chi non voglia far finta di non capire – era un altro. Si trattava di affermare un principio politico e morale: stare dalla parte di donne e uomini che sfidano con un coraggio inaudito una teocrazia assassina, che rischiano la vita per libertà e diritti. Dire senza se e senza ma che il Parlamento italiano è con loro, oggi e domani.
Certo, si può minimizzare l’episodio sul piano degli effetti pratici. Ma qui siamo al centesimo dissenso dei contiani. E cento dissensi significano una sola cosa: un ipotetico governo di centrosinistra sarebbe caduto cento volte. È una constatazione banale, ma devastante. Ed è un regalo enorme al centrodestra, che già oggi dice legittimamente agli elettori che il «campo largo», una volta al governo, durerebbe lo spazio di una settimana.
Non solo. È anche l’ennesima dimostrazione che con i populisti non si può governare. A destra, almeno in parte, hanno saputo «civilizzare i barbari» della Lega. A sinistra, invece, l’impresa sembra impossibile. Con il Movimento è impraticabile qualsiasi idea di responsabilità nazionale per la semplice ragione che del governo del Paese, semplicemente, non importa nulla: l’unica bussola è il consenso facile. Niente armi, niente guerre, soldi a pioggia per villette e disoccupati veri e finti: un cettolaqualunquismo perennemente ammantato di un presunto progressismo.
Il deputato dem Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, ha parlato di «linee rosse che non possono essere superate né sacrificate a nessuna alleanza». Parole giuste. Ma viene da chiedersi quando, finalmente, queste linee rosse verranno tracciate con il sangue – metaforico, s’intende – della politica. Sull’Iran il confine è chiarissimo. Lo ha ribadito senza giri di parole Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo: «Davanti a repressione e violazioni sistematiche dei diritti umani non esistono zone grigie. O si sta con il popolo iraniano o si sta con gli ayatollah».
Il problema è che l’«avvocato del popolo» sembra sempre più spesso l’avvocato del Cremlino e ora del regime di Teheran, «nobilitando» il tutto con il mantra del no a ogni intervento armato, senza mai spiegare quali siano le alternative concrete. Una linea che Marco Travaglio, puntualmente, detta e che Conte esegue.
Se si va avanti così, il destino è scritto. Il Pd perderà le elezioni. Oppure, nell’ipotesi ardita di una vittoria, non sarà comunque in grado di governare. Perché la politica internazionale non è una parentesi, ma il cuore delle scelte di governo difficili, drammatiche, inevitabili che attendono l’Italia.
Forse, allora, sarebbe il caso di dirlo chiaramente: rivedere le alleanze non è un tabù. Elly Schlein s’imponga, non abbia paura della chiarezza. Prima che sia davvero troppo tardi.