Erosione economica. Le sanzioni stanno diventando insostenibili per la Russia di Putin

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L’Unione europea ha adottato finora diciannove pacchetti di sanzioni, colpendo oltre duemilasettecento individui…

Linkiesta, 5.2.2026 lettura3’

Secondo l’inviato Ue David O’Sullivan, quattro anni di misure occidentali hanno deformato il sistema economico russo fino a metterlo potenzialmente in crisi potenzialmente

Per anni le sanzioni contro la Russia sono state raccontate come un’arma spuntata: troppo lente, troppo aggirabili, incapaci di fermare la macchina bellica di Vladimir Putin. A quattro anni dall’invasione su larga scala dell’Ucraina, però, il quadro che emerge dai dati e dalle valutazioni europee è diverso. Secondo David O’Sullivan, inviato speciale dell’Unione europea per le sanzioni, l’impatto sull’economia russa è ormai «significativo» e potrebbe avvicinarsi a un punto di non ritorno.

 

«Le sanzioni non sono una bacchetta magica, e non lo sono mai state», spiega O’Sullivan in un’intervista al Guardian. «Ma sono abbastanza fiducioso: hanno davvero inciso sull’economia russa». Il cuore del problema, secondo il diplomatico irlandese, è la profonda distorsione prodotta dalla trasformazione dell’economia civile in economia di guerra. Una forzatura che può funzionare nel breve periodo, ma che «non può continuare a sfidare le leggi della gravità economica all’infinito». Nel corso del 2026, avverte, il sistema potrebbe diventare «insostenibile».

I numeri iniziano a confermarlo. Le entrate da petrolio e gas – linfa vitale del bilancio federale russo – si sono dimezzate a gennaio, toccando il livello più basso dal 2020. L’inflazione corre attorno al sei per cento, mentre i tassi di interesse hanno raggiunto il sedici per cento. È il segnale di una pressione crescente su un’economia che, per sostenere lo sforzo militare, sacrifica investimenti, consumi e welfare.

L’Unione europea ha adottato finora diciannove pacchetti di sanzioni, colpendo oltre duemilasettecento individui e soggetti politici e bloccando interi settori: energia, aviazione, tecnologie, beni di lusso, diamanti, oro. Un’architettura senza precedenti, che però ha dovuto fare i conti con l’elusione. O’Sullivan lo riconosce apertamente: «Ci sarà sempre chi cerca di aggirare le regole». Ma rivendica i risultati ottenuti nel limitare la riesportazione di componenti critiche attraverso Asia centrale, Caucaso, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Balcani.

Un capitolo centrale è quello della cosiddetta flotta ombra – di cui Linkiesta aveva parlato già a ottobre 2024: centinaia di vecchie petroliere, spesso con proprietà opache, utilizzate per trasportare greggio russo verso Cina e India. Qui Bruxelles ha stretto le maglie, arrivando a sanzionare quasi seicento navi. «Abbiamo avuto successo nel convincere gli Stati di bandiera a ritirare le registrazioni», spiega O’Sullivan. «I russi fanno sempre più fatica a far scorrere il petrolio».

Il vero convitato di pietra resta però la Cina. Pechino, osserva l’inviato europeo, sta riempiendo i vuoti lasciati dall’Occidente, pur senza fornire armi in modo diretto. Le proteste europee ottengono risposte rituali: «Non vediamo alcun problema». Più ambigua la posizione dell’India, grande acquirente di petrolio russo scontato, ma anche partner commerciale strategico per l’Europa.

Questo scenario economico fa da sfondo al nuovo tentativo diplomatico che si è svolto ad Abu Dhabi. I colloqui tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, mediati da Washington, sono stati definiti da Kyjiv «sostanziali e produttivi», anche se senza svolte immediate. Sul tavolo restano le questioni più delicate: i territori occupati, le garanzie di sicurezza, il rischio che un accordo congeli il conflitto senza risolverlo. Sempre gli stessi temi, quelli su cui la Russia non è disposta a fare un passo indietro, quelli su cui l’Ucraina non può tentennare se vuole garantirsi un futuro indipendente e sovrano.

È qui che il nodo delle sanzioni torna centrale. Se davvero stanno erodendo le fondamenta economiche della Russia, come sostiene Bruxelles, il tempo potrebbe diventare un fattore decisivo. Ma se la pressione dovesse allentarsi in nome di una pace affrettata, il rischio è quello denunciato dall’Ucraina: legittimare l’aggressione e preparare il terreno a nuove invasioni. Le sanzioni non fermano i missili, ma possono determinare il contesto in cui la diplomazia opera. E ad Abu Dhabi, più che mai, questo equilibrio è in gioco.