disciplinare. Quel circuito chiuso pronto a spezzarsi. Interventi istituzionalizzati ma comizi
Gabriele Elia 8 Febbraio 2026 alle 12:50 ilriformista.it
1-Ho ascoltato, come tanti cittadini, alcune relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario trasformarsi in qualcosa che non avrebbero mai dovuto essere: non interventi istituzionali, ma veri e propri comizi corporativi contro il referendum. E più parlavano, più diventava chiaro un fatto semplice: senza volerlo, stavano facendo il miglior spot possibile per il Sì.
A parlare non erano magistrati qualunque. Erano vertici di Corti d’Appello, uomini arrivati ai ruoli apicali anche grazie a quelle tessere di corrente che per anni hanno regolato carriere, promozioni e incarichi. Ed è proprio da quella posizione che hanno deciso di usare una sede solenne per difendere un sistema, non per interrogarsi sui suoi fallimenti. Quelle relazioni non dovevano essere tribune politiche. Dovevano essere momenti di misura, di responsabilità, di rispetto verso i cittadini. Invece sono diventate difese d’ufficio di un assetto che si è chiuso su sé stesso, impermeabile a ogni autocritica, incapace di riconoscere il danno prodotto da anni di degenerazioni correntizie.
2-La paura del controllo dell’Alta Corte disciplinare
Il punto non è il dissenso. In democrazia il dissenso è legittimo. Il punto è chi dissente e da dove. Quando a opporsi alla riforma sono proprio coloro che incarnano quel sistema di potere interno che la riforma vuole riequilibrare, il messaggio che arriva all’esterno è chiarissimo: non si sta difendendo l’indipendenza della giustizia, si sta difendendo una rendita di posizione. E allora cade anche l’ultima maschera. Non è la riforma a spaventare. È la paura del controllo dell’Alta Corte disciplinare. È il timore che, finalmente, le valutazioni, le responsabilità e le carriere non siano più gestite all’interno di un circuito chiuso, ma sottoposte a un giudizio credibile, terzo, effettivo.
3--ragioni di un Sì
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