Riformismo contro ortodossia. Quando il socialismo italiano guardava già oltre il Novecento

Categoria: Italia

la stagione socialista che provò a tenere insieme l’esigenza di governo con le trasformazioni della società: dal federalismo all’immigrazione, fino all’Europa…

10.2.2026 Bruno Pellegrino linkiesta.it lettura3’

In “L’eresia riformista”, Bruno Pellegrino ricostruisce la stagione socialista che provò a tenere insieme l’esigenza di governo con le trasformazioni della società: dalle nuove povertà al Made in Italy, dal federalismo all’immigrazione, fino all’Europa

Governare e cambiare per i socialisti sono ormai due facce della stessa medaglia, questioni indissolubilmente legate fra loro.

Secondo lo storico Luigi Musella la vitalità di quella stagione ha avuto fortune postume anche fuori d’Italia: «Molte delle idee proposte dal leader socialista le avremmo ritrovate poi nel leader laburista Tony Blair molti anni dopo, anche molti intellettuali vicini a Craxi avrebbero anticipato tematiche poi divenute ispiratrici del socialismo europeo del decennio successivo». Il riferimento è, in parte, ai contenuti del saggio “La terza via. Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia” di Anthony Giddens, direttore della London School of Economics e ispiratore politico del premier britannico Blair.

La ricerca dei socialisti si muove lungo due percorsi convergenti: le iniziative del partito e quelle dei centri culturali. Fra i temi sollevati dal psi che lasciano il segno c’è il dramma sociale delle «vecchie e nuove povertà». Craxi con l’ausilio di un gruppo di giovani economisti fotografa le condizioni delle povertà in Italia, un paese ormai stabilmente insediato al vertice delle maggiori economie sviluppate del mondo. Ne emerge uno spaccato umano, economico e sociale carico di contraddizioni e squilibri. Su quella base il psi convoca una riunione apposita del Comitato centrale e annuncia iniziative politiche e legislative.

 

I socialisti colgono il valore strategico del Made in Italy. Le esportazioni, principalmente nel settore dell’auto, del design e della moda, sono la testimonianza della creatività italiana, il segno dell’interazione virtuosa di materiali, sapienza artigianale, eccellenza dello stile e segni della creatività artistica. I socialisti valorizzano un settore che è fattore trainante dell’economia nazionale. Nel giugno 1982 a Firenze con un convegno progettato da Roberto Cassola i socialisti trasformano il Made in Italy nel simbolo di una vincente sfida produttiva. Sulla scia degli studi del Censis sul localismo e il sommerso dell’economia, i socialisti colgono per tempo anche il tema del federalismo, del Po e della Padania, punto identitario e di iniziativa politica della nascente Lega Nord. Nella primavera del 1987 Claudio Martelli vara la Fondazione Po 2000 per la valorizzazione economica, ambientale e turistica della valle Padana. Nel 1990 il partito presenta una proposta di federalismo fi scale e di decentramento amministrativo.

I socialisti percepiscono per tempo la portata drammatica dell’onda migratoria che si indirizza verso l’Italia. Il flusso di emigrazione dal Nordafrica e dal Mediterraneo si combina spesso col bisogno crescente e sregolato di manodopera stagionale dell’agricoltura e delle piccole e medie aziende del Nordest e diventa materia altamente infiammabile. Si analizzano le implicazioni esistenziali, giuridiche, economiche di questa umanità dolente che, come accaduto in passato a milioni di italiani, viene a domandare lavoro, nuove opportunità di vita e spesso maggiore libertà. Fuori da ogni norma e sistema di garanzie.

Claudio Martelli organizza la prima «Conferenza nazionale dell’immigrazione» sulla base di studi della Bocconi, del Cnel e del Censis commissionati dal Governo. Nel febbraio 1990 il Parlamento approva la legge Martelli sull’immigrazione, il primo tentativo di dare regole a una materia incandescente e destinata a segnare profondamente la vita del paese.

Con tutt’altro percorso anche i centri culturali mettono in circolo idee che entrano nel vivo della politica. Vengono convocati convegni su temi talora inusuali: «Informazione e potere» nel 1978, «Nello stato spettacolo» nel 1981, «Ragionando di meriti e bisogni» nel 1982, «Velocità e politica» nel 1983, «Riformare la politica» nel 1983, «Decidere e/è garantire» nel 1984. Il filo rosso progettuale che lega questi appuntamenti è l’interazione fra la globalizzazione delle relazioni e dei processi produttivi, la complessità della società in divenire, le diverse velocità dell’economia, della società e della politica, il bisogno di decisione e le regole della democrazia. I socialisti, che affondano i piedi nell’Ottocento e hanno il corpo nel Novecento, provano a volgere la testa ai tempi nuovi, affrontando il futuro con categorie teoriche spesso del tutto estranee alla tradizione. Ai principi di tolleranza, libertà, uguaglianza, fraternità, solidarietà, giustizia, sicurezza vengono affiancati criteri e valori di conio liberale come efficienza, efficacia, meriti, individualità, e appunto, decisione, velocità, complessità.

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Il tema della riforma della politica viene affrontato dai club a partire dalle novità della società complessa, dal ruolo decisivo assunto dal cittadino produttore-consumatore rispetto alla più tradizionale figura del produttore. Il lavoratore, visto fin lì nella sua monodimensionale funzione produttiva, cede il passo a una fi gura più complessa e realistica di cittadino attore di molteplici ruoli sociali. Il convegno «Riformare la politica» compie un primo tentativo di legare la riforma della politica ai cambiamenti della società prima ancora che alla crisi di funzionamento dei partiti e delle istituzioni. Il rapporto storicamente consolidato, dall’alto verso il basso, tra partiti e iscritti-elettori e quello fra cittadini e Stato, è ormai vistosamente entrato in crisi. È in scadenza il fideismo partitico, la disciplina dell’appartenenza, la religione delle ideologie consacrate che hanno segnato la politica del Novecento. Al cittadino capace di svolgere una pluralità di ruoli specifi ci attivi deve corrispondere uno Stato efficiente, in grado di fornire servizi e svolgere funzioni sempre più articolate e di particolare complessità. Serve una politica dinamica e non chiusa nelle certezze dell’ortodossia e della routine.