Il rappresentante statunitense all'Onu, Mike Waltz, ha dichiarato di voler contrastare la penetrazione cinese nell'apparato burocratico
5 Aprile 2026 © Agenzia Nova - Riproduzione riservata lett3’
delle Nazioni Uniti, puntando a inserire più funzionari statunitensi nei livelli iniziali della carriera diplomatica per farli crescere nel sistema
Con il mandato di Antonio Guterres in scadenza il 31 dicembre 2026, la corsa alla segreteria generale delle Nazioni Unite entra nella fase più delicata. Il processo è formalmente aperto dal 25 novembre scorso, quando i presidenti del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale hanno inviato la consueta lettera congiunta di invito alle candidature. Ma dietro la facciata di una procedura sempre più trasparente, con audizioni pubbliche, dichiarazioni programmatiche e rendiconti finanziari delle campagne, si consuma una partita geopolitica il cui esito dipende in ultima istanza dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia. Un solo veto è sufficiente ad affossare qualunque candidato. E sullo sfondo di questa competizione si staglia sempre più chiaramente la rivalità strutturale tra Washington e Pechino per il controllo delle istituzioni che governano l’ordine internazionale, un sistema che la Cina ha scalato metodicamente nel corso degli ultimi due decenni, conquistando posizioni di vertice in un numero crescente di agenzie.
Al momento le candidature formalmente depositate sul sito delle Nazioni Unite sono tre. Il primo a scendere in campo è stato l’argentino Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) dal 2019, candidato da Argentina, Italia e Paraguay il 26 novembre 2025. A marzo si sono aggiunti Rebeca Grynspan, ex vicepresidente della Costa Rica e attuale segretaria generale della Conferenza Onu sul commercio e lo sviluppo (Unctad), e l’ex presidente senegalese MackySall, nominato dal Burundi. Due candidature hanno già subito battute d’arresto significative. L’ex presidente cilena Michelle Bachelet, nominata congiuntamente a febbraio 2026 da Cile, Brasile e Messico, ha perso il sostegno di Santiago il 24 marzo, dopo che il governo conservatore del nuovo presidente José Antonio Kast ha ritirato il proprio appoggio, citando la “dispersione delle candidature” latinoamericane e le difficoltà di percorribilità della corsa. La candidatura dell’argentina Virginia Gamba, ex rappresentante speciale Onu per i bambini e i conflitti armati, è invece caduta il 25 marzo quando le Maldive, suo unico sponsor, hanno ritirato la nomina.
La norma informale della rotazione geografica pesa su tutta la competizione. Nessuna donna ha mai ricoperto l’incarico, e diversi Paesi hanno sostenuto con forza che dopo ottant’anni sia giunto il momento di una segretaria generale. A questo si somma la questione regionale: per tradizione il mandato dovrebbe ora spettare all’America latina. Con l’uscita di scena di Bachelet e Gamba, Grynspan si trova nella posizione più forte per incarnare entrambe le istanze, ovvero donna e latinoamericana, e la sua candidatura ha guadagnato slancio nelle ultime settimane. Grossi resta tuttavia il candidato con il profilo più alto sul piano tecnico-diplomatico. La sua gestione dell’Aiea negli anni più caldi della crisi nucleare iraniana e del dossier di Zaporizhzhia, in Ucraina, gli ha garantito maggiore visibilità. Ma proprio questo bagaglio lo espone al rischio del veto: la Russia potrebbe usare il proprio potere contro di lui per via delle sue posizioni sul conflitto contro Kiev e sul controllo del sito nucleare ucraino. Grossi è inoltre l’unico candidato a non essersi dimesso dal proprio incarico per candidarsi, continuando a guidare l’Aiea durante la campagna.
La candidatura di Sall rispecchia le ambizioni del continente africano, che non presenta un segretario generale dal 1996, quando l’egiziano Boutros Boutros-Ghali fu estromesso dopo un solo mandato per il veto degli Stati Uniti, contrari al suo attivismo indipendente e alla sua gestione delle crisi in Somalia e Ruanda. Gli Usa promossero al suo posto la figura del ghanese Kofi Annan, che esercitò un doppio mandato dal 1997 al 2006. La candidatura di Sall, tuttavia, soffre di una base di sostegno fragile. La nomina è arrivata dal Burundi, non dall’Unione africana nel suo complesso, e il governo del Senegal ha esplicitamente dichiarato di non sostenere la sua candidatura, rivelando nuovamente le tensioni irrisolte tra Sall e le nuove autorità di Dakar guidate dal presidente Bassirou Diomaye Faye e dal premier Ousmane Sonko.
È però sul versante della rivalità sino-americana che la corsa assume la sua dimensione più profonda. Washington si trova in una posizione inedita rispetto al 2016: l’amministrazione del presidente Donald