Ragazzi e social, finora nessuno ha dato istruzioni per l’uso. Il futuro non si vieta

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Ricordate l’educazione sessuale? Diavolo o acqua santa, feticcio dei sessantottini o spauracchio dei conservatori,

Sergio Talamo 28.7. 2026 alle 13:56 ilriformista.it lett 3’

Ricordate l’educazione sessuale? Diavolo o acqua santa, feticcio dei sessantottini o spauracchio dei conservatori, ha aleggiato sulla nostra scuola per almeno tre decenni. Tirata come una molla fra moralisti e libertari, ha riempito di tutto: convegni, libri, corsi e dibattito politico, salvo ciò che avrebbe dovuto riempire, cioè i programmi formativi.

Risultato: le generazioni passano, ma i ragazzi imparano sempre la loro sessualità per vie traverse e in modi spesso sbagliati o distorti. Senza imparare a cogliere le opportunità e difendersi dai rischi. Allo stesso film assistiamo in materia di nuove tecnologie. Claudio Velardi ha ragione: vietare i social ai figli rischia di essere l’ultima grande assoluzione dei padri, la toppa tardiva di una generazione che ha fatto delle tecnologie veicoli di opposte tifoserie – i profeti della paura o i trombettieri dell’entusiasmo – ma mai di educazione e formazione al nuovo. Mai di un ingresso consapevole e guidato nell’era dei sistemi intelligenti.

I social media e le chat sono entrati nella vita di massa circa 15 anni fa, l’intelligenza artificiale generativa circa 4. E mentre l’IA è ancora nella fase dei modelli che si superano in tempo reale, da circa 7-8 anni i social hanno assunto una dimensione pervasiva e aggressiva che minaccia soprattutto i minori. Esattamente da quando, nella Silicon Valley, Zuck e gli altri pensarono bene di abbandonare il vessillo dei benefattori dell’umanità per trasformare i loro algoritmi in produttori di traffico e quindi di profitti. Ad ogni costo e con ogni mezzo. Da allora, nessuno ha pensato a dare a giovani e vecchi corrette “istruzioni per l’uso”. Ad insegnare, ad esempio, come si sta su una piattaforma, cosa si può dire e cosa no, cosa sono i profili falsi alimentati dai bot, cosa sono i troll e come si riconoscono.

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Il “compagno artificiale” dei nostri figli, così ci siamo messi un estraneo dentro casa. “Credo di essere incinta. Come risolvo?”, nella risposta non esiste la parola genitori…

Nessuno ha raccontato ad un ragazzo la trappola dell’autostima indotta dai like, né ad un adulto che se vede sul suo profilo l’Ucraina come dittatura o i delitti degli immigrati in serie, ciò non vuol dire che Putin è un liberatore né che “c’è l’invasione” ma solo che qualcuno sta lucrando sui suoi incubi. Oggi che i buoi sono scappati, si preferisce la demagogia di chiudere la stalla a doppia chiave. È vero, c’è un’infanzia risucchiata dagli schermi, un’adolescenza che scambia la notte per una timeline infinita, una socialità filtrata da motori digitali che conoscono fragilità, solitudini, vanità e paure meglio di molti genitori. Ci sono dipendenze dilatate dall’effetto echo chamber che conferma in eterno l’uguale, bullismo moltiplicato dalla platea, confronti forzati e spesso traumatizzanti con modelli irreali e irraggiungibili.

Il problema è enorme. Ma proprio per questo il divieto è una risposta piccola. Perché arriva tardi ed è facilmente aggirabile. E soprattutto perché immagina ancora il digitale come un luogo esterno alla vita, una specie di locale notturno dove basta mettere un buttafuori all’ingresso e chiedere la carta d’identità. I social non sono più un posto in cui si entra. Sono un ambiente in cui si vive e si cresce. Negli anni ’60 Marshall Mc Luhan coniò il famoso motto “il mezzo è il messaggio”, riferendosi alla sempre più potente televisione. Oggi direbbe che “il messaggio è il luogo”. I social come scuola parallela, cortile, diario, confessionale, bar, cameretta privata. Vietarli per legge significa spesso soltanto spostarli nell’ombra, consegnarli alle password false, agli account prestati, ai telefoni degli amici, alle VPN, cioè all’unica pedagogia che conosciamo davvero e che si chiama ipocrisia. Non possiamo appiccicare una legge proibizionista sul ritardo della formazione, perché così non faremo che accumularne altro. E la stessa identica storia si sta ripetendo con l’intelligenza artificiale. Prima l’abbiamo trattata come fantascienza, poi come scorciatoia per i compiti, ora come minaccia a lavoro e all’umanesimo.

Non conosciamo ancora l’IA perché l’abbiamo consegnata ai motori di ricerca, agli esperimenti solitari, ai corsi improvvisati, alla paura dei docenti e alla furbizia degli studenti. Sempre lo stesso copione: il nuovo entra nella vita, la scuola lo guarda dalla finestra, gli adulti lo usano male o non lo usano affatto, i ragazzi lo scoprono da soli, e quando il fenomeno diventa ingestibile arrivano il divieto, la circolare, la predica politica. Social e IA non sono alieni che mirano a colonizzarci. Ci sono diventati “estranei” perché il sistema educativo e formativo non ce li ha mai presentati. Forse siamo ancora in tempo, e se il governo vuole darsi un mandato di fine legislatura, e se gli schieramenti delle prossime elezioni intendono prendere impegni e non solo declamare slogan, possono partire da qui. Dall’alfabetizzazione del presente. Invece del burbero e retorico “non fatevi usare”, diciamo ai ragazzi “imparate a usare”. Siate voi i piloti della vostra vita anche quando corre su una strada digitale.

Sergio Talamo