per non rendere ‘giustizia’ alla mafia. ammoniva Cicerone: il diritto spinto all’estremo è la massima ingiustizia.
Stefano Giordano 30.8.2026 ilriformista.it leettura3’
Nei giorni scorsi il tribunale di Ivrea ha assolto Roberto Fantini dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La Direzione distrettuale antimafia di Torino aveva chiesto sette anni e quattro mesi. Intanto l’azienda di famiglia, la Cogefa – dalla quale Fantini era uscito nel 2014 cedendo ogni quota ai fratelli – aveva ricevuto nell’ottobre 2024 un’interdittiva antimafia, confermata dal Tar e dal Consiglio di Stato: fuori dalla white list, banche in fuga, quattrocento dipendenti diretti e milleduecento nell’indotto appesi a un filo. Per sopravvivere la società ha chiesto da sé il controllo giudiziario ex art. 34-bis del Codice antimafia. E nella sentenza del Tar, racconta Il Foglio, si legge che Fantini era stato «condannato»: il processo era ancora in corso, ed è finito con un’assoluzione.
Non è un incidente: è il sistema. Un apparato nato per aggredire i patrimoni delle cosche è diventato, nell’applicazione, un dispositivo fondato sul sospetto, sganciato dal processo penale e dai suoi esiti, e molte imprese e famiglie pulite ne sono uscite rovinate. Vale per le misure di prevenzione e vale per le interdittive, che misure di prevenzione in senso stretto non sono ma ne condividono la logica: un atto amministrativo, retto dal criterio del «più probabile che non», che chiude banche e appalti prima di qualunque accertamento. Sparare nel mucchio non conviene a nessuno: non alla società, non allo Stato, meno che mai all’antimafia, che dalla credibilità trae tutta la sua forza. Summum ius, summa iniuria, ammoniva Cicerone: il diritto spinto all’estremo è la massima ingiustizia.
Strasburgo lo ha già scritto. Con la sentenza Isaia e altri c. Italia del 25 settembre 2025 la Corte europea ha condannato il nostro Paese per violazione dell’art. 1 del Protocollo 1: una confisca fondata sulla sola sproporzione fra reddito e patrimonio, senza esame concreto della vicenda, non regge alla Convenzione. E ora la Grande Camera esaminerà Cavallotti c. Italia, il caso dei fratelli assolti dall’accusa di mafia e privati ugualmente dei loro beni. Il tema è esattamente quello di Ivrea. Le riforme necessarie non sono molte, e sono urgenti.
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Prima: fine del parallelismo folle per cui l’assoluzione non chiude nulla. Sugli stessi fatti, se sei stato assolto, non si apre né prosegue una misura di prevenzione, e non si regge in piedi un’interdittiva.
Seconda: un’equa riparazione per l’ingiusto sequestro e l’ingiusta confisca, sul modello dell’ingiusta detenzione, e una revisione vera, quando emergono elementi nuovi – e nuovi significa anche conosciuti dopo, non soltanto nati dopo.
Terza: i terzi. Mogli, figli, parenti, i cosiddetti intestatari fittizi: su di loro non può gravare l’inversione dell’onere della prova; è lo Stato che deve dimostrare, non il cittadino che deve discolparsi.
Quarta: il controllo giudiziario, che lascia l’azienda al lavoro sotto vigilanza, diventi la regola – prima della confisca, e in luogo dell’interdittiva, non come sua stampella postuma – perché la confisca è stata troppo spesso un affare per chi la gestiva, e Palermo lo sa. Quinta: l’amministratore giudiziario paghi i debiti verso lo Stato – imposte, contributi, pubblica amministrazione – durante la gestione. Oggi accade che liquidi puntualmente il proprio compenso e che il proposto, quando dopo anni ottiene ragione, si veda restituire una scatola piena di debiti.
Sarebbe saggio farlo prima che ce lo imponga Strasburgo: una condanna europea che arriva è una sconfitta, una riforma che la previene è un segno di maturità. Si leveranno i soliti giacobini: cedere alla mafia, scardinare l’antimafia. Ma attenzione anche al fronte opposto: qualche collega sostiene che il sistema vada davvero scardinato. Fa soltanto il gioco di chi non vuole riformare nulla: basta un’iperbole per far passare cinque riforme ragionevoli come una resa. Nessuno vuole scardinare nulla: si tratta di rendere giustizia. Lo Stato è credibile solo se non usa i mezzi di chi combatte: il fine non giustifica i mezzi, e i mezzi dello Stato non sono quelli delle cosche. «Ogni pena che non derivi dalla necessità è tirannica», scriveva Montesquieu. Vale per le pene; a maggior ragione per misure che pene non sono e mordono di più. Se riusciremo a farlo, non lo so. So che così non si può continuare.
Stefano Giordano
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