Il dibattito Prima i voti, poi il governo: la sola via per far rinascere il Centro

Categoria: Italia

la diagnosi è chiara: il centro come partito-contenitore è finito. Il bipolarismo è feroce.

Enrico Cerchione 6 Settembre 2026 alle 09:34 ilriformista.it lett2’

Caro Claudio Velardi, caro Andrea Marcucci,

la diagnosi è chiara: il centro come partito-contenitore è finito. Il bipolarismo è feroce. Agli estremi comandano gli estremi. Cambia, di nuovo, la sequenza. Marcucci chiede a Marattin, Calenda e Picierno di smentire Velardi “con i fatti” e di farlo insieme. È la parte giusta. Quella sbagliata sarebbe trasformare quei fatti in un’adesione preventiva alla destra di governo, o in un’altra federazione che nasce già alleata. Un centro che entra in maggioranza prima di avere i voti non condiziona: viene assorbito, schiacciato.

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I numeri lo dicono senza pietà. Futuro Nazionale di Vannacci sta oggi intorno al 7% e pesca soprattutto in Lega e Fratelli d’Italia. Il centrodestra, senza di lui, spesso non chiude i conti; con lui, nei sondaggi, li chiude. Pretendere che Meloni cacci ora l’ala antieuropeista e filo-Putin, per sostituirla con un centro che nei rilevamenti è ancora spezzettato tra Azione, liberaldemocratici, radicali e i riformisti usciti dal Pd, sarebbe un azzardo. Quei voti non sono intercambiabili. Gli elettori di Vannacci non diventano elettori di Calenda. E i deputati che oggi tengono in piedi la fiducia non si rimpiazzano con un appello sui giornali. Perciò l’unica via che tiene insieme il metodo di Velardi (spinta e mediazione) e il realismo dei consensi è un’altra. Prima un centro forte, autonomo, visibile, europeista, che si presenti da solo. Non appendice di Meloni, non una costola del campo largo. Poi, dopo il voto, se i numeri lo consentono, quel centro può far nascere una maggioranza di centrodestra emarginando l’ala antieuropeista: la parte più salviniana della Lega e Vannacci.

Non è un’alleanza di identità. È un patto di legislatura su poche cose non negoziabili: Nato, Israele e Ucraina, Europa come vincolo e non come bersaglio, mercato aperto, istituzioni che non si piegano alla propaganda. L’urgenza non è solo italiana. L’Europa è oggetto di pressioni convergenti, anche se non identiche: la guerra ibrida russa, la rivalità sistemica cinese, le reti islamiste e l’influenza di regimi come Teheran. Chi nega il quadro, o lo riduce a panico da campagna elettorale, fa un favore a chi ha interesse a dividere l’Occidente. Su questo un centro liberale e una destra di governo atlantista possono trovarsi. La minaccia esterna non assolve la maggioranza. La obbliga a scegliere il campo. Chi su questo non ci sta, resta fuori. Chi ci sta, governa. A quel punto il centro non chiede asilo: porta seggi. E solo chi porta seggi può pretendere che gli estremi escano dal perimetro. Velardi ha ragione: presidio del centro è accelerazione e mediazione.

 

L’accelerazione, oggi, è costruire quel 6-8% che da anni si evoca e quasi mai si somma. La mediazione viene dopo, in Parlamento, quando il Paese avrà votato e si saprà chi ha davvero bisogno di chi. Il centro-partito può essere defunto. Il centro-funzione rinasce solo se prima diventa forza. Diversamente resta ciò che Velardi teme: testimonianza. E la testimonianza, da sola, non isola Vannacci e non sposta l’Italia. E soprattutto non la riforma.

Enrico Cerchione