Il prezzo della crisi tedesca. Oltre gli stereotipi, la vera ragione della scossa AfD

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in Germania: il crollo dell’auto e l’ostinazione dell’UE a non fermare il green-deal

Pasquale Ferraro 9.9.2026 alle 10:05 lettura2’

La vittoria di Alternative für Deutschland nelle elezioni in Sassonia-Anhalt non è mai stata in dubbio. Nessuno, però, si aspettava una simile valanga di voti: quella che la stampa tedesca ha ribattezzato “l’onda blu”. Le ragioni di questo successo non vanno ricercate in fantomatici nostalgismi o in cliché caricaturali che non aiutano a comprendere cosa stia davvero accadendo nella (ex) locomotiva d’Europa. È tempo di sgombrare il campo dagli stereotipi che etichettano l’AfD come “neonazista”, “xenofoba” od “omofoba”: forzature narrative che la sinistra tenta di costruire — con scarsi risultati — per demonizzare una forza politica che, piaccia o no, sbatte in faccia agli elettori la realtà quotidiana.

La Germania è un Paese in piena depressione, e l’AfD si propone come l’unica cura. Questo stato d’animo generalizzato viene ammesso da tutti solo oggi, a urne chiuse, di fronte alla batosta di un voto locale che ha tutto il sapore di un prequel. È l’anticamera di ciò che accadrà nei prossimi appuntamenti elettorali, fino al “giorno del giudizio”: il rinnovo del Bundestag. Se la CDU dovesse subire altri crolli, non è da escludere che lo stesso Friedrich Merz sia costretto alle dimissioni. A quel punto si materializzerebbe l’incubo peggiore per i palazzi di Bruxelles: l’AfD primo partito alle elezioni federali. Uno scenario da incubo per quell’establishment europeo che, in fin dei conti, è il vero artefatto della propaganda vincente dell’AfD. I tempi delle rivendicazioni territoriali dell’Est post-riunificazione sono finiti: la conquista dell’Ovest si fonda su presupposti del tutto nuovi.

L’origine della depressione tedesca ha un nome preciso — Green Deal — e una causa chiara

le politiche ecologiste dell’Unione Europea. Si tratta di scelte che hanno generato una crisi occupazionale e sociale senza precedenti. I numeri parlano chiaro: Volkswagen annuncia il taglio di 100.000 posti di lavoro, BMW di altri 8.000. La crisi tedesca è il risultato diretto della transizione energetica forzata, delle normative UE sulle emissioni e dello shock energetico legato al conflitto russo-ucraino. Il bilancio? Entro il 2035, nel solo settore dell’automotive, la Germania rischia di perdere tra i 140.000 e i 225.000 posti di lavoro. Cifre che significano persone, lavoratori, famiglie.

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E l’Europa cosa fa? Nulla. Vive in una bolla, convinta che i problemi si risolvano da soli. Appare grottesco che, di fronte a un collasso industriale di queste proporzioni e all’indomani di un voto cosi palese, la priorità dell’UE sia discutere del divieto dei social network ai minori di 15 anni, anziché fermare il Green Deal, fare marcia indietro sullo stop ai motori endotermici e varare politiche energetiche serie. Se nemmeno uno shock di questa portata riesce a far vacillare le certezze di Ursula von der Leyen, allora è evidente che il problema è molto più profondo. È proprio questa la vera radice della crisi delle istituzioni europee: l’incapacità di reagire ai chiari messaggi inviati dagli elettori. Segnali netti che dovrebbero spingere Bruxelles a darsi una svegliata e a fare un salutare bagno di realismo politico.