Guerra e inflazione, un conto troppo alto per l’Italia
Stefano Cingolani 13.9. 2026, ilsussidiario,net
La Bce alza i tassi per frenare l’inflazione, ma guerra e debito alimentano una spirale che rischia di aggravare gli squilibri dell’economia mondiale
L’aumento dei tassi d’interesse sui depositi al 2,5% da parte della Bce ha suscitato la critica trasversale se non proprio unanime della politica italiana, a cominciare dal ministro dell’Economia. La decisione era comprensibile e scontata, altrettanto scontate e comprensibili sono le reazioni e non solo perché siamo già entrati nel lungo tunnel pre-elettorale.
Aumentano i tassi sui mutui (quelli variabili) e aumentano i rendimenti sui titoli di Stato, il che fa crescere il costo del debito italiano, che supera già i 100 miliardi di euro l’anno. Si riducono gli spazi di manovra nel bilancio pubblico mentre il ministero dell’Economia sta già lavorando alla prossima legge di bilancio.
Le proteste non sono infondate, tuttavia attaccano gli effetti e non la causa della scelta compiuta dalla Bce, la quale reagisce a una spinta dell’inflazione che diventa ancor più pesante e pericolosa visti gli sviluppi della crisi nel Golfo Persico, che dallo Stretto di Hormuz si è propagata nei giorni scorsi allo stretto di Bab el-Mandeb minacciando i traffici attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez.
Si è innescato un triangolo perverso di guerra-inflazione-debito (pubblico e privato) che mina l’economia mondiale. Giancarlo Giorgetti ha ragione a dire che sarebbe meglio far finire la guerra e bloccare così la causa principale dell’inflazione, cioè i costi crescenti del gas e del petrolio. Ma non è compito della Bce, ammesso che ne sarebbe capace. La banca centrale sta giocando di rimessa, non d’anticipo e i tassi del 2,5% sono inferiori al tasso medio dei prezzi, che nell’area euro si aggira sul 3,3%.
Dal 2025 a oggi i tassi ufficiali sono sempre stati inferiori alla dinamica dei prezzi anche senza quelli dell’energia e dei generi alimentari (l’inflazione core), quindi non si può dire che la Bce abbia condotto una politica monetaria restrittiva. Avrebbe potuto attendere ancora un po’, probabilmente, magari finché non sarà chiaro dove va la politica monetaria americana?
La Fed deciderà questa settimana, si riunisce martedì e mercoledì e questa volta i mercati si aspettano un aumento, visto che gli ultimi dati mostrano un’inflazione al 3,4% (ma i prezzi all’ingrosso salgono del 5,4% facendo pensare a un rimbalzo su quelli al consumo). I tassi Usa sono già più alti di quelli dell’Eurolandia (un range del 3,50-3,75%), ma sono fermi da dicembre dello scorso anno e Kevin Warsh, presidente della Fed, a Jackson Hole a fine agosto ha fatto capire di essere pronto a una svolta.
Kevin Warsh, presidente della Fed (Ansa)
Anche negli Stati Uniti la politica leva gli scudi contro la banca centrale ed è il presidente in persona a spingere perché la politica monetaria resti espansiva almeno fino alle ormai prossime elezioni di mid-term il 3 novembre prossimo. Donald Trump potrebbe dare il suo contributo facendo cessare la guerra in Iran, ma intende continuare. È vero che parla e straparla, tuttavia non si vedono segnali di tregua e tanto meno di pace, mentre i Pasdaran stanno scatenando gli Houthi per aprire un secondo fronte.
Che cosa dobbiamo pensare? Forse che a Trump un po’ d’inflazione faccia comodo, perché così scende il valore nominale di un debito monstre di 40mila miliardi di dollari. Tuttavia sarebbe un boomerang, perché aumentano anche i tassi di mercato e i rendimenti dei buoni del Tesoro, quindi cresce il costo del debito. Gli Usa già pagano 1.247 miliardi di dollari l’anno, un record assoluto, un quinto dei redditi del Tesoro, più di quanto spendono per la Difesa (il budget dovrebbe arrivare a mille miliardi). Gran Bretagna e Francia, per non parlare dell’Italia, stanno anche peggio in percentuale. I debiti pubblici nei Paesi Ocse hanno portato a oltre 2mila miliardi di dollari l’onere degli interessi.
Gli squilibri della finanza mondiale non s’annidano, dunque, solo nella enorme quantità di debiti privati accesi dai colossi hi-tech, con tanto di speculazione annessa e connessa, ma nella crescita enorme dei debiti pubblici (in media 20 punti di prodotto lordo) dovuta prima alla crisi economica poi soprattutto alla pandemia. Un aumento che da temporaneo si è trasformato ovunque in permanente.
In una situazione “normale” una inflazione attorno al 3% non dovrebbe suscitare allarme, soprattutto se continua la crescita del Pil. L’Eurolandia si muove da lumaca, attorno a un punto percentuale, ma l’economia reale è comunque “resiliente” e Christine Lagarde si è detta persino sorpresa. Ma siamo ben lontani dalla normalità. Il debito pubblico e quello delle grandi imprese sono troppo alti e a questo punto difficili da controllare. Ciò imprime una spinta in alto ai tassi di mercato, che s’aggiunge a quella che viene dai prezzi. È questa spirale a preoccupare le autorità monetarie.
Tutti si aspettano così che i tassi nell’Eurolandia arrivino al 2,75% entro fine anno. Una previsione che potrebbe essere troppo ottimistica. Joachim Nagel, presidente della Bundesbank ha detto che finora la politica monetaria della Bce è stata neutrale, cioè non ha inciso sulla congiuntura. Ma ha anche avvertito che è ormai vicina al limite oltre il quale arriva la stretta.