Quei sindaci anticapitalisti che devono tutto al capitalismo Il dittatore del Cremlino sa

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che ben difficilmente si troverebbe ad affrontare l’intera Nato, almeno nella sua forma attuale

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Il sindaco di Barcellona Jaume Collboni (Foto LaPresse)

Al direttore - Dopo le elezioni tedesche. Questa ormai ricorrente fascinazione delle metropoli ricche per l’anticapitalismo da liceo occupato, con appoggio esterno islamico, sarà per i posteri materia da psicoanalisi. Nel frattempo, eccole circondate da sterminate province disposte pure a votare i nazisti per non ritrovarsele al governo. Poi dice che a una certa età si va a vivere in campagna.

Andrea Minuz

Vedere poi sindaci anticapitalisti vergare severi tweet contro la globalizzazione dal loro smartphone, arrivato a casa grazie al capitalismo e alla globalizzazione, mentre amministrano città la cui prosperità dipende anche dalla capacità delle aziende di competere nel mondo, non ha prezzo. Hasta la ridicolaggine, siempre.

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Al direttore - In questi giorni si parla molto del numero di soldati americani che Trump potrebbe ritirare dall’Europa, molto meno del fatto che l’intero sistema militare europeo è stato costruito dando per scontato che alle sue spalle ci fossero gli Stati Uniti.

Intelligence, satelliti, ricognizione, comunicazioni, trasporto strategico, rifornimento in volo, guerra elettronica, capacità di colpire a grande distanza, logistica sono alcune delle capacità americane senza le quali gli eserciti europei perderebbero una parte sostanziale della loro efficacia. Ed è qui che la presenza americana, con Trump alla Casa Bianca, può diventare un problema. A Washington potrebbe bastare ridurre o condizionare l’impiego di alcune di queste capacità per incidere sull’esito di un conflitto. Il dittatore del Cremlino sa che ben difficilmente si troverebbe ad affrontare l’intera Nato, almeno nella sua forma attuale. E in fondo è già convinto che, in una determinata crisi, gli europei non sarebbero certi dell’intervento americano. Per questo trovo insufficiente parlare genericamente di “riarmo europeo”.

L’Europa deve avere un vero esercito europeo, non soltanto ventisette eserciti che collaborano quando riescono a mettersi d’accordo. Deve costruire autonomamente satelliti, intelligence, trasporto, difesa aerea e antimissile, munizioni, missili a lunga gittata, guerra elettronica, infrastrutture, comando, rifugi per le popolazioni. E naturalmente una riflessione seria sulla deterrenza nucleare.

E poi c’è l’intelligenza artificiale, che sta già diventando un’arma. La guerra passa anche attraverso la manipolazione dell’informazione e l’Europa deve cominciare dalla scuola. Servono corsi di formazione per gli insegnanti e strumenti per insegnare ai ragazzi a riconoscere le fake news, la propaganda, le immagini e i video contraffatti e i prodotti generati dall’intelligenza artificiale. Una popolazione che non sa distinguere un documento autentico da uno costruito artificialmente è una popolazione esposta e, paradossalmente, pronta a votare i partiti filorussi, magari nella convinzione che agiranno per le proprie necessità più che per le aspirazioni di Putin.

L’esercito europeo, dunque, non può essere soltanto una questione di brigate e di missili. Deve essere anche una questione di autonomia tecnologica, politica e – direi quasi soprattutto – culturale. E’ questa, più ancora delle oscillazioni elettorali tedesche, la vulnerabilità europea che mi preoccupa.

Daniela Santus

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Al direttore - Quando Sandro Mazzola ne fece due al Real (e si giocavano la Coppa dei Campioni) non prese a calci la bandierina del corner, né si tolse la maglietta mostrando i tatuaggi, e neppure allestì trenini con i compagni di squadra. Solo lo raggiunse Facchetti, che gli tese la mano come si fossero incontrati alla fermata del bus.

Vittorio Castelnuovo