Il giochino di far passare una riformicchia per riforma del secolo

Categoria: Italia

Siamo proprio sicuri, ma onestamente sicuri, che il limite del 30 per cento di studenti stranieri per classe rappresenti il vero problema delle scuole italiane?

26 SET 26 lettere Direttore ilfoglio.it lett4’

Al direttore - Nella odierna fiera delle vanità elettorali va incluso un disegno di legge del Pd (primi firmatari Marco Sarracino e Elly Schlein) sul “diritto di restare in Italia”. Depositato alla Camera nel giugno scorso, si propone di arginare l’esodo dei nostri giovani all’estero. Tra le otto misure previste a tal fine, spicca un aumento netto triennale di 200 euro al mese in busta paga per gli under 35 assunti a tempo indeterminato. Ma non è questo il punto. Il punto è che le coperture sono assicurate “tassando gli extraprofitti delle imprese che faranno ricavi superiori a 50 milioni di euro l’anno” [sic!]. Non con qualche taglio di spesa pubblica, ovviamente. Poi si lamentano se lo chiamano il partito delle tasse.

Michele Magno

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Al direttore - Ci sarebbe da chiedersi quanto tempo ancora durerà il “totonomine” alla Bce, viste le programmate uscite, anticipate e non, della Lagarde, di Schnabel e di Lane (quest’ ultimo, invero, lascia a maggio, alla scadenza naturale del mandato). Non dovrebbe essere ammissibile che un’istituzione del livello della Bce, che nell’Unione gode di autonomia e indipendenza come i più alti organi di uno stato, abbia vertici come “color che son sospesi”, con un piede dentro e uno fuori, mentre si azionano le “porte girevoli”. Ciò vale in particolare per la presidente Lagarde. Il problema delle incompatibilità successive non viene nemmeno sfiorato, mentre, una volta prospettato l’intento di porre fine anticipatamente al mandato, bisognerebbe correttamente decidere di attuare il proposito non alle calende greche. Il temporeggiamento offre l’occasione propizia per lo scatenamento delle proposte di successione da parte di alcuni paesi. Ed è, invece, bizzarro che si stia escludendo, in questa informale elencazione di candidature, l’Italia che, invece, avrebbe tutti i presupposti e le condizioni per l’affermazione di una propria personalità. Ma forse per ora è preferibile stare fuori dalla mischia.

Angelo De Mattia

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Al direttore - Il decreto scuola sintetizza l’ideologia del governo Meloni: non riformare ma cristallizzare. Sarà la realtà a scongelarci, e scricchioleremo parecchio!

Francesco Cisternino

L’algoritmo del melonismo ormai dovremmo conoscerlo: trasformare una riformicchia nella riforma del secolo solo per il gusto di sentire la sinistra dire di no a tutto ciò che la sinistra ha sempre sostenuto e solo per il gusto di sentire le opposizioni dire di no a battaglie alle quali è difficile non dire di sì (il burqa a scuola). Giochini elettorali.

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Al direttore - Anche i figli di genitori italiani non nascono italofoni. Lo diventano attraverso i percorsi cognitivi della scuola primaria, i medesimi che possono far divenire italofoni anche i figli di genitori stranieri. Non sostengo che ci sia una parità di situazioni, ma molte condizioni di partenza (e di arrivo) sono comuni. Resto convinto che il decreto del governo manchi proprio di buon senso perché sarebbe bastata una accorta gestione amministrativa dei casi critici senza la rigidità di una norma di legge che, per altro, finisce per somigliare a un percorso a ostacoli.

Giuliano Cazzola

Vedo un altro problema. La circolare del 2010 consentiva esplicitamente di derogare, alla famosa percentuale, sulla base delle “adeguate competenze linguistiche” del singolo gruppo di alunni. Oggi con la nuova legge, per come la legge è stata presentata, se c’è uno straniero che parla italiano e che non ha cittadinanza italiana e non ha fatto due anni di scuola dell’infanzia può essere conteggiato come straniero. Il tema c’è ma al ministero dell’Istruzione, a cui abbiamo posto la domanda, ci hanno assicurato che la questione si risolverà in via amministrativa, con le circolari attuative, perché questa interpretazione, secondo il ministro, sarebbe coerente con la finalità della norma.

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Al direttore - A ben guardare, scopriremmo che le criticità partono dalle cattedre per poi bussare alla porta delle famiglie, dove i giovani dovrebbero essere educati alla vita. La scuola, infatti, viene dopo la famiglia: è lì che inizia, o dovrebbe iniziare, la vera istruzione, che sui banchi scolastici va idealmente integrata, arricchita e fatta rifulgere. Considerazioni reazionarie, nostalgiche o, con terminologia attuale, “vannacciane”? La verità è che il vero e drammatico “30 per cento” è la quota di studenti che termina la scuola dell’obbligo con reali competenze di lettura, scrittura e comprensione. Il problema non sono le classi ghetto per gli immigrati, ma la progressiva ghettizzazione della qualità culturale del nostro sistema educativo, dalle cattedre fino alla base.

Francesco De Leonardis

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Al direttore - In Parlamento può capitare che una battaglia politica venga decisa prima ancora di arrivare al voto, semplicemente stabilendo che cosa può essere votato e che cosa no. E’ quello che è successo alla Camera sulla cittadinanza. Il 25 febbraio, in commissione Affari costituzionali, il Pd chiese di separare le proprie proposte dal testo della Lega, a prima firma Igor Iezzi. Simona Bonafè spiegò che si trattava di materie diverse: da una parte le proposte che puntavano ad allargare l’accesso alla cittadinanza, dall’altra quella della Lega, concentrata sui casi di preclusione all’acquisto e di revoca. Iezzi si dichiarò pienamente d’accordo. La richiesta aveva una sua logica. Ma ha prodotto un effetto politico molto diverso da quello immaginato. L’esame è infatti proseguito sulla sola proposta Iezzi e il perimetro della discussione è diventato molto stretto: restrizioni all’acquisto della cittadinanza e revoca. La stessa documentazione della Camera descrive così il contenuto della proposta. Qui nasce il paradosso. Le opposizioni hanno presentato emendamenti sullo ius soli e sullo ius scholae. Quegli emendamenti avrebbero potuto mettere soprattutto Forza Italia davanti a una scelta politicamente scomoda, visto che il partito di Antonio Tajani ha sostenuto una propria proposta per allargare l’accesso alla cittadinanza attraverso il percorso scolastico. Ma quel voto non ci sarà: gli emendamenti delle opposizioni sullo ius soli e sullo ius scholae sono stati dichiarati inammissibili perché estranei al perimetro del provvedimento. Il risultato è quasi perfetto nella sua ironia. Il Pd aveva chiesto di separare le due materie per difendere meglio la propria battaglia. Ha finito però per contribuire a costruire il recinto procedurale che oggi impedisce alle opposizioni di usare proprio quella battaglia per mettere in difficoltà la maggioranza. In particolare Forza Italia, che non sarà costretta a votare contro qualcosa di simile a ciò che essa stessa propone. “Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti. In Parlamento qualche volta lo sono ancora di più: perché decidono non soltanto che cosa si dice, ma perfino che cosa si può votare.

Luca Maffei